Visita a L’ Autin, cantina del Pinerolese

E’ sempre bello tornare ai piedi del Monviso, in quel fazzoletto di terra tra il Cuneese e Torino dove gli uomini da sempre hanno dato “alle pietre un’anima, ai monti un volto” (parole di Denina, bibliotecario di Napoleone): recentemente sono stata a Barge, invitata da un produttore di vino particolare –Cantina L’ Autin– di cui non posso fare a meno di parlarvi, cari Amici, dopo aver ringraziato per il privilegio.

Ma prima lasciate che inquadri per voi il territorio.

Sicuramente conoscerete il Cuneese –con le sue montagne splendide per lo sci ed il trekking- il Saluzzese –terra del Marchesato, gioiello d’arte e tradizione- e le Langhe –da tutti considerate la terra da vino per antonomasia- ma… sapete tutto anche del Pinerolese, a un passo dai tesori di Saluzzo, Manta e Staffarda, dalla collina della romana Cavour, dalla piana Torinese, sorvegliato e protetto attentamente da Vesulus, il Re di Pietra, Sua Maesta’ il Monviso?

E’ una terra “di confine” (in piccola parte Cuneese dal punto di vista amministrativo, ma tutta geograficamente piu’ Torinese che altro) e come tale ricca di tradizioni e storia: sia le invasioni degli eserciti che i passaggi tranquilli dei pellegrini (per non parlare delle guerre di religione) lasciano sempre tanti segni ovunque, e in questa zona le cose si fanno spesse anche perche’ il Pinerolese affonda una parte delle sue radici nella tradizione occitana e nella religione Valdese: dovrei rispolverare la storia, e dirvi che Margherita de Foix, vedova di Ludovico II di Sauzzo, si fece prendere la mano –nel 1500- e diede campo libero all’inquisizione nei confronti dei Valdesi.
Si dice lo abbia fatto per incamerare terreni e beni confiscati, con cui rimpolpare le sue finanze, e che le cose si siano placate soltanto sotto la dominazione Francese, per poi tornare a farsi bollenti.
Erano tempi densi di avvenimenti, ma duri da vivere e da sopravvivere: duri come la pietra.

Vi starete ormai chiedendo dove io voglia andare a parare, vero?

Ecco: il preambolo mi pareva doveroso per introdurre la Cantina l’Autin e il suo fondatore, che con la moglie si occupa non solo di vino, ma di pietra, che nel nostro caso e’ di Luserna.
E’ un materiale da costruzione eccezionale, che la famiglia della signora Beltramo Camusso estrae e lavora da quattro generazioni, assai usato in zona e non solo.
La conosco bene, e la amo: il mio caminetto e’ fatto di blocchi grigi di questa pietra, ma se volete fatti e non parole, vi accontento: la cupola della Mole Antonellina e’ interamente ricoperta di Luserna e come referenza penso sia sufficiente.

luserna

Ma poiche’ non di solo lavoro vive l’uomo, ma anche e soprattutto di passioni, alcuni anni fa il signor Mauro Camusso diede sfogo al suo amore per il territorio riprendendo un piccolo vigneto, un autin (come si dice in zona) per intraprendere una seconda attivita’, cioe’ quella di far convivere letteralmente la pietra con la vite: nello stesso edificio, di qua si tagliano e si lavorano blocchi e lastroni e di la’ si apre una splendida e nuovissima cantina.

L Autin

Non e’ semplice iniziare una produzione vinicola di qualita’ a 450 m di quota sotto il Monviso, con l’aria fredda che a volte tira di lassu’, con la grandine che puo’ arrivare piu’ facilmente che altrove, un po’ pressati dall’ombra lunga di quel mostro sacro che ormai sono Langhe: ci vuole voglia, coraggio, determinazione.
Non a caso il giornalista Alessandro Felis ha definito questa una ‘viticoltura eroica’.

Pensate che c’erano un tempo circa 600 vitigni nel Pinerolese, secondo quanto risulta dal Catalogo dell’Esposizione Ampelografica del 1881, con circa 300 varieta’ autoctone, ma i piu’ sono scomparsi.

E’ per questo che l’impegno de L’Autin nel far rivivere il territorio –con un lavoro manuale e biologico nelle vigne, tra l’altro- e’ particolarmente prezioso per la DOC Pinerolese.
Visitando, degustando e ascoltando gli enologi, mi sono resa conto che le qualita’ non mancano.

Due cose mi hanno colpita in particolare: che la cantina sia nata anche dall’idea di fare rete sul territorio, cioe’ per accompagnare con vini locali i piatti di uno chef locale, e poi che il titolare stesso scenda nella vigna a lavorare con le mani, tanto lo si puo’ trovare inginocchiato tra i filari, magari di domenica mattina presto, ad estirpare le erbacce.
Questi sono impegni che si assumono per piacere e non per dovere: l’entusiasmo non si puo’ comprare e nemmeno vendere, deve venire da dentro.
A ben vedere, forse sono tre le cose che mi hanno colpita, perche’ -ultima in elenco, ma non meno importante- c’e’ la semplicita’ dei modi.
La signora ti spiega semplicemente che lei “é quella delle pietre” e il marito quando ti racconta la sua avventura si illumina come i bambini davanti al gelato.

Ma arriviamo ai vini: una bella cantina, fusti in acciaio, botti in rovere, qualche barrique e una botticella in pietra (per tener fede alla tradizione di famiglia) per due bianchi, un rosato, due rossi corposi, un rosso frizzante e un passito appena nato.

Non sono un’esperta, ma diciamo che riconosco e apprezzo le cose buone, per cui azzardo timidamente a dirvi cio’ che ricordo degli assaggi (copiosi e reiterati, durante una serata all’insegna del buongusto e dell’accoglienza in cantina, nel parco e nella tavernetta di famiglia).

Spero che non sarete troppo feroci con una dilettante allo sbaraglio!
Durante l’aperitivo avevamo gia’ degustato il Verbian, prodotto con un vitigno autoctono di Bibiana (pochi chilometri), che mi era apparso caldo e avvolgente, paglierino nel colore, ma tendente al verdolino.
L’enologo Gianfranco Cordero ci ha detto che si tratta di bianchi che si possono conservare anche un paio d’anni in cantina; a me verrebbe da dire –compatibilmente con il fatto che sono bianchi- che si tratti quasi di vini strutturati.

L Autin

La mia personale inclinazione per il rosato mi aveva fatto apprezzare molto il Rubellus, con sentori di fragola e di rosa, prodotto con uve nebbiolo, freisa e barbera: se –pur non amando la rosa- l’ho gustato appieno, significa che l’insieme sia decisamente equilibrato.
Bella e’ anche la scelta del nome latino, a ricordo degli antichi Romani presenti sul territorio duemila anni fa.

rubellus

 

 

A cena e’ stato molto interessante, e conviviale, e fonte di nuove conoscenze e di scambi di opinioni abbinare alcuni vini de L’Autin ai piatti dello chef Walter Eynard del Somaschi Hotel di Monastero di Cherasco, coadiuvato dalla sua brigata e dai ragazzi dell’Istituto Scolastico Arturo Prever di Pinerolo: cena elegante, curata nei dettagli, fortemente legata al territorio.
Non e’ un caso: Eynard e’ proprio quello chef che si era lamentato anni fa di non disporre di buoni vini locali con cui accompagnare i suoi piatti.
E’ quindi –se non il primum movens- certamente uno di coloro che hanno agitato le acque, e i suoi piatti hanno radici profondissime in questa terra, non vi sono dubbi.

Il Pellengo, 30% chardonnay e 70% riesling, e’ un bianco fruttato e fresco.
E’ stato abbinato al pesce: una terrina di trota salmonata, pomodoro confit, pan brioche, coulis a basilico.

L Autin

I rossi de L’Autin sono decisamente degni di nota: buono il Finisidum, grande El Merlu – Barbera in purezza affinato in botti grandi di rovere francese e poi per 6 mesi in bottiglia– e imperdibile bonarda Gemma Vitis, prodotta con un vitigno autoctono piemontese.
Il Gemma Vitis de L’Autin subisce una fermentazione naturale in autoclave e poi va in bottiglia con un residuo frizzante.

Ha accompagnato un orzotto mantecato con petto di quaglia, salsa di Gemma Vitis e uovo di quaglia pochée.

L Autin

 

El Merlu invece ha fatto da complemento al piatto forte di carne, come si confa’ ad un buon barbera: punta di petto di vitello, salsa di El Merlu, pancia di maialino al profumo di genepy.
Ho trovato fantastico l’accoppiamento col genepy, splendido fiore aromatico delle nostre montagne, e vi diro’ anche che un genepy cosi’ buono non si trova ovunque.

L Autin

 

Ma la sorpresa piu’ bella e’ stata poter assistere (attivamente, cioe’ assaggiando) alla prima assoluta di un nuovo nato de L’Autin: il passito Passi di Gio, dall’intenso sentore di agrumi e albicocca.

E’ un primogenito contenuto per ora in un’unica botte, che necessita ancora di un anno di attesa (ma e’ gia’ buono ora), coccolato e accudito come un bimbo: appassisce sulla pianta e in cassetta, poi viene pressato e infine fermenta alcuni mesi.
Tutto avviene lentamente, senza forzature.
Il vino e’ cosi’: non conosce la fretta.

E allora vino dolce col dolce per concludere, ma senza stufare: ecco quindi arrivare in tavola un tris insolito e locale, direttamente dai bordi della vigna, cioe’ gelato di sambuco, mousse di camomilla, fiori di acacia in pastella con crema semifredda.

L Autin

Impeccabili i padroni di casa, superba la location, ottima la cucina.

E poi c’erano due quid in piu’: in primis la pietra, usata in maniera insolita e spiritosa, perfino per costruire una credenza con tanto di sportelli “alla Flintstone”, e poi lei, l’ingrediente segreto della sera.
Sto parlando della cortesia degli anfitrioni, accompagnata dal buongusto e dall’eleganza, perche’ ospitare e’ diverso da ostentare.

Silvia, #storytellerdiCuneo

 

 

34 thoughts on “Visita a L’ Autin, cantina del Pinerolese

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