Una storia partigiana vera del Cuneese

 

Eccovi una storia partigiana vera, pubblicata in esclusiva da me su PMNet.it il 25 aprile 2008 – concessomi a titolo personale dal partigiano Bertolino che non aveva mai raccontato a nessuno questi fatti

Narro la storia vera di Vincenzo Bertolino, ‘ragazzo del 1925’, non ancora soldato nel 1943, ma testimone e vittima di rastrellamenti ed esecuzioni, costretto a scappare tra i partigiani di Val Corsaglia, con Ignazio Vian e Gino Antoniol.
Ha deciso di raccontare i fatti a me, cercando di ricostruirli con date e nomi, paure ed incertezze e chiedendomi di dare forma organizzata e scritta ai suoi ricordi, da lasciare alla sua famiglia e, perche’ no, anche alla storia e, quindi, a tutti noi.

‘Io sono nato nel gennaio del 1925: il mio anno e’ stato l’ultimo a passar la visita di leva sotto il governo Mussolini e, se non ci fosse stato l’8 settembre, a fine anno saremmo partiti tutti per il fronte russo.
Invece dopo l’armistizio in Russia -per fortuna- non ci e’ andato piu’ nessuno e, visto che non ero ancora soldato, sono rimasto a casa, a Frabosa Sottana, anzi all’Alma, proprio nel periodo in cui incominciava la resistenza nella vallata di Frabosa.
Anche per noi giovani, come per i piu’ anziani, non era molto salutare farsi vedere in giro, perche’ spesso i Tedeschi ed i Repubblichini venivano a fare dei rastrellamenti e, se ti trovavano magari senza documenti, nel dubbio ti portavano via e potevi finire in Germania, o al muro.
Percio’ si cercava di non farsi tanto vedere e, quando le cose si fecero brutte, andammo tutti coi partigiani in montagna.
Per quel che ricordo, l’accanimento dei nazisti nei confronti del territorio frabosano si fece forte quando uno di Villanova, Garelli si chiamava, che si sapeva che era il capo dei partigiani locali, fece uno ‘sgarbo’ (non ne so di piu’) ad un certo Bongiovanni di Pianfei, fascista: allora iniziarono i rastrellamenti, vennero a cercare Garelli e, non trovandolo, dapprima presero un suo nipote, mi pare, ed altri che erano vicino a casa sua, nella zona dove adesso c’e’ la Trattoria Cit Turin, li portarono a Levaldigi e li fucilarono.
Poi tornarono per Garelli e lo sorpresero nella trattoria dei Gosi, ammazzandolo.
Tutto cio’ accadde, se ben ricordo, verso la fine di dicembre ‘43.
La situazione era estremamente pericolosa, per cui tutti noi giovani decidemmo di andare coi partigiani.
Mi ritrovai cosi’, tra dicembre del ’43 e gennaio del ’44, con un mio amico, a Fontane, sotto il comando di Ignazio Vian, il tenente di complemento della guardia di frontiera che dopo l’8 settembre era diventato una delle anime della Resistenza, combattendo sulla Bisalta e a Boves.
Ad aiutarlo nell’organizzazione c’era il sergente maggiore Gino Antoniol, un veneto.
Erano venuti via da Boves, saccheggiata ed incendiata dai nazisti due volte, tra il 31 dicembre’43 ed il 2 gennaio ’44.
Il tenente Ignazio ci porto’ tutti in una casa e ci fece prestare giuramento di fedelta’ e registro’ ogni cosa nei documenti che conservava lui in persona: noi addosso non dovevamo avere niente, per poter sperare di cavarcela meglio se ci avessero presi.
Il mio rammarico e’ che, alla morte di Vian, che fu impiccato dai nazisti ad un albero nel centro di Torino il 22 luglio del ‘44, non avevo in mano un documento che provava la mia militanza partigiana e quindi non ho potuto iscrivermi all’Associazione ne’ avere la pensione.
Comunque, quell’inverno del 1943/44 c’era poca neve, per cui si andava in giro per le montagne, di solito agli ordini di Antoniol che, per farci coraggio, perche’ alcuni di noi erano molto giovani e, proprio come me, avevano paura, ci faceva cantare:
Partigian non piangere
Se qui non c’e’ la mamma
Presto anderemo al pian
E la mamma ci sara’
Questo voleva dire ‘presto vinceremo la guerra’, ma pensate che davvero c’erano con noi due ragazzi di Mondovi con la mamma, che li ha seguiti per tutto il tempo.
Si’, perche’ e’ vero che si avevano le armi, ma si aveva anche tanta paura, e magari io avevo piu’ paura di tutti, perche’ ero il piu’ giovane.
Il 13 marzo del ’44, poi, ne ho avuta tanta davvero: i tedeschi salivano da Bossea, perche’ sapevano che noi eravamo a Fontane e, mentre il nostro gruppo stava tutto con Vian vicino alla chiesa, Antoniol ed un altro piu’ vecchio di lui, di Boves, si erano spostati alla borgata Revelli, in una casa dalla cui finestra si vedeva bene la strada che saliva, e con un fucile mitragliatore Gino Antoniol da tre ore sparava sui tedeschi, che non riuscivano ad avanzare, poi si era spostato in una baita piu’ su, da cui si controllava anche l’altra curva, e continuava a sparare.
L’ordine che gli aveva dato Vian era di fare il possibile per trattenere i tedeschi fin che fosse venuto buio, perche’ cosi’ tutto sarebbe finito.
Verso l’una mi mandarono a portargli da mangiare, perche’ ero il piu’ giovane e quindi toccava a me: mi pare di avergli portato del pane e dello stufato e in ogni caso ricordo che da mangiare ne avevamo sempre, perche’ in vallata c’erano le bestie e all’occorrenza si macellavano.
Durante quella mezzora di cammino avevo molta paura, anche perche’ ad un certo punto il mitragliatore non sparava piu’ e quindi non sapevo cosa avrei trovato.
Quando entrai vidi che ad Antoniol tremavano le mani: il nastro caricatore aveva ancora dei proiettili, ma il mitragliatore si era inceppato!
Gino credo che avesse capito di essere spacciato, perche’ mi disse: ‘Che fai li’, posa il mangiare e vattene’.
In quel preciso momento i nazisti col mortaio centrarono lo spigolo della finestra e una pietra colpi’ in testa Antoniol, che cadde fulminato.
Io ero rimasto immobile e stordito, ma l’altro partigiano che era con lui mi grido’: ‘Sbrigati, salviamo il mitragliatore e scappiamo, che se arrivano ci ammazzano tutti e due’
Non mi ricordo se abbiamo controllato che Gino Antoniol fosse davvero morto, ma era stato fulminato dal colpo secco e poi sono momenti in cui non riesci a pensare, hai solo tanta paura, specie a 19 anni.
Mi rincresce un po’ che dieci anni dopo i suoi parenti sono venuti a chiedere se qualcuno sapeva come fosse andata esattamente la cosa, ma non essendo io iscritto nell’elenco dei partigiani, perche’ come ho detto non avevo i documenti, non venni interpellato, anche se ero stato testimone della sua fine.
Avrei dovuto fare come il mio amico, che e’ andato dalla vedova di Vian, dopo la guerra, a cercare nelle carte, e il suo nome cosi’ l’ha trovato.
Comunque, tornando al fatto: a turno abbiamo portato il mitragliatore, che era molto pesante (ma allora ero forte, perche’ ero giovane), su per un sentiero verso la Balma e abbiamo incontrato Vian e gli altri verso Casera Vecchia, alle stalle.
Il giorno dopo loro hanno raggiunto Viozene ed Upega, ed i nazisti li hanno inseguiti, e ne hanno anche catturato qualcuno, uccidendolo, mentre io ed il mio amico Giovanni siamo scesi verso Burino e di li’, di notte, abbiamo raggiunto Seccata, dove in una casa che aveva la luce accesa una donna ci ha dato latte e castagne e ci ha indicato la strada per Straluzzo.
Quella volta li’ Giovanni mi ha salvato, con la sua idea di scendere a Burino, perche’ se fossimo andati verso le Saline chissa’ come sarebbe finita.
Invece il giorno dopo eravamo a casa all’Alma Ressia, salvi, ma i tedeschi a Fontane per rappresaglia uccisero 5 civili.
A casa si cercava di star nascosti per non esser presi, ma un giorno, durante un rastrellamento mi trovarono fuori, all’Alma, e mi presero insieme ad altri: ci portarono per la notte a Frabosa.
Qui c’era una donna tedesca che aveva sposato un parente di Franco Caramello, e che fece da interprete, traducendo cio’ che dicevamo: non eravamo partigiani, infatti non avevamo armi.
Ci classificarono allora come ribelli e non ci fucilarono, ma ci portarono prigionieri a Ceva, in caserma, dove rimanemmo due giorni.
Tra i repubblichini, che in ogni situazione erano sempre al fianco dei tedeschi, c’era un dirigente Enel che era fascista, ma ci diede una mano, suggerendo ai tedeschi di offrirci di arruolarci nella Polizia di Stato.
Accettando, saremmo stati salvi, altrimenti per noi si profilava la partenza per la Germania.
Accettammo, e come arruolati, e non piu’ prigionieri, potevamo girare liberi per la caserma.
Questo per poco non mi costo’ la vita.
La mattina dopo, infatti, alle 10, siccome non ci avevano dato da mangiare, scesi nelle cucine a cercare un pezzo di pane e, passando attraverso il cortile, mi trovai di fronte ad un plotone di soldati con elmetto e fucili, accanto a otto partigiani in fila che –non me ne ero accorto- stavano per essere fucilati!
La paura fu immensa e non sapevo assolutamente come tirami fuori dalla situazione, anzi mi diedi dello stupido, anche di piu’: ero finito in mezzo ai partigiani di Valcasotto che, essendo stati catturati armati, venivano messi subito a morte!
Quando ormai la mia ora sembrava suonata un tedesco conto’ fino ad otto, poi si avvicino’ a me, mi prese per un braccio sospingendomi fuori dal gruppo, verso le scale delle camerate, e mi grido’: ‘Raus!?
Non sai mai qual e’ il filo sottile che divide la vita dalla morte.
In fondo al cortile, nel giro di un attimo, i partigiani furono fucilati e meno di mezz’ora dopo un camion con otto bare faceva gia’ il suo ingresso in caserma: questa cosa la ricordo come fosse successa ieri, a distanza di 64 anni, perche’ mi ha colpito la freddezza dell’organizzazione, la programmazione –come si dice oggi- nell’uccidere la gente.
Il giorno dopo partimmo per Cuneo, dove al Comando della Polizia diStato formavano i distaccamenti.
Chi fu assegnato a Saluzzo, chi a Mondovi’.
A me tocco’ Tenda, che era ancora italiana.
Li’ rimasi agli ordini del tenente Di Leo e del sottotenente Tredici, fino al giorno dello sbarco in Normandia (6 giugno ’44)
Quel giorno si formo’ un pulman e i comandanti dissero: ‘Domani si va a Cuneo, chi vuole viene, gli altri vanno dove vogliono’.
Il pulman poi parti’, ma io ed altri Frabosani (circa 8), alle quattro del mattino ci mettemmo invece in marcia, con un solo fucile, per raggiungere il Passo delle Saline, e di li’ casa nostra, a Frabosa.
Da allora restammo sempre nascosti, il mio amico ed io; suo padre aveva un mulino, e noi ci nascondevamo, quando capitavano i tedeschi e i repubblichini a rastrellare, dove l’acqua del mulino si infilava sotto terra per un breve tratto, perche’ ai lati del canale c’erano dei terrapieni dove si poteva stare senza neppure bagnarsi.
Venivano molto frequentemente a rastrellare su da Frabosa!
Nel resto del tempo lavoravamo un po’ la terra, e per mangiare avevamo una mucca e un po’ di roba, ma comunque la miseria era tanta.
Per fortuna, almeno, in estate con le foglie ti nascondi dove vuoi e nessuno ti vede, il brutto viene con l’autunno.
Anche Vian era andato via dalla zona, verso Torino, ma venne catturato il 19 luglio del 1944 e torturato.
I Partigiani cercarono di fare uno scambio, mi sembra tra lui e i russi che avevano fatto prigionieri.
Infatti i tedeschi in Italia avevano tra le loro file dei russi, arruolati tra gli effettivi ed impiegati nei posti di blocco.
Ebbene, ad un posto di blocco a Mondavi i partigiani ne avevano catturati due mesi addietro e adesso volevano scambiarli con Vian, perche’ non avevano altri prigionieri, ma la trattativa falli’ e lui venne ucciso il 22 luglio, come ho gia’ detto.
Quando passo a Cuneo davanti alla caserma che gli hanno intitolato penso sempre che io l’ho conosciuto, quell’ ufficiale veneto, classe 1917, che era uno che sparava si’, ma aveva anche ‘l’idea’: aveva sempre la politica in testa, lui seguiva un ideale.
Per chi volesse saperlo, adesso riposa nel Cimitero Partigiano di Chiusa Pesio.
Finalmente il 25 aprile fini’ tutto e noi della zona, che eravamo stati coi partigiani, il giorno dopo scendemmo a Mondovi passando da Monastero Vasco, per risalire verso la Polveriera, a liberare la caserma di Piazza, a conquistarla, insomma, perche’ spettava a noi.
Proprio nella zona della Polveriera incontrammo la colonna tedesca che si ritirava da Cadibona ed andava ad arrendersi verso Novara, facendo saltare tutti i ponti che incontrava, anche quelli che non erano proprio sul suo cammino, come ad esempio quelli del centro di Mondovi.
Qualcuno dei nostri aveva il fucile e decise di sparare sui nazisti, ma la loro prima fila si giro’ con la mitraglietta e falcio’ quattro o cinque dei nostri.
Ci sono momenti in cui e’ difficile pensare lucidamente, ma quelle sono state proprio morti inutili, o meglio: ‘piu’ inutili’ delle altre.
Comunque assaltammo e conquistammo la caserma, seguendo gli ordini del professor Raineri di Villanova, in quel momento capo del nostro gruppo partigiano.
Questi sono, tra i molti, gli avvenimenti che avevo piacere di raccontare a chi non c’era, compresa la paura terribile di certi momenti, che chi c’era – ed e’ ancora tra noi -ricorda benissimo.’

In quanto a me, ho fatto del mio meglio, con l’aiuto della mia amica Donatella Buffa, per chiedere chiarimenti a Censo Bertolino, che e’ stato un piacere ascoltare mentre raccontava, e per riorganizzare il suo fiume di parole.
Ho consolidato un’idea che avevo, da nipote di due Cavalieri di Vittorio Veneto e figlia e nuora di due soldati classe 1922: si dice ‘fare la guerra’, ma e’ davvero sbagliato.
La guerra la si subisce, sempre e comunque.

4 thoughts on “Una storia partigiana vera del Cuneese

  1. Come al solito: semplicemente emozionante. Storie da ricordare nei tempi in cui la gente si ammazza per un parcheggio ma non è capace di aiutare una vecchietta a portare la spesa e, molto meno ancora, a sacrificare la vita per la libertà di tutti.

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