Le patate e Monsu Giovanni Vincenzo Virginio

Ebbene: le mangiamo spesso, ma cosa sappiamo effettivamente sulla storia della diffusione delle patate in Italia?

(nella foto, piatto Ceramica N.I.C.E., Monregalese e brocca Ceramica BESIO, anch’essa di Mondovi)

Come guida turistica della Provincia Granda ho studiato tanto (non ci si crederebbe, da fuori, ma e’ cosi’) perche’ ogni angolo del Cuneese e’ talmente ricco di storia e tradizioni che ci sarebbe da perdersi.

Per fortuna ho sempre preso appunti, cosi’ quando parecchi Comuni (tra cui Alba, Mondovi e Cuneo) mi hanno chiamata successivamente a tenere i corsi di formazione per guide turistiche, volontari museali e segretarie d’azienda ad indirizzo turistico ho potuto agevolmente preparare delle slide sui vari argomenti.
In seguito ancora una parte di quelle slide divennero un CD interattivo, pubblicato e registrato in SIAE, dal titolo “Mondovi e le sue Vallate”.

Ve ne parlero’ la prossima volta, ma dovevo farvi accenno per raccontarvi com’e’ che mi imbattei in Monsu’ Giovanni Vincenzo Virginio, agronomo e benefattore: fu appunto approfondendo per preparare le lezioni da tenere al corso di Cuneo.

Credo corresse l’anno 2003, o forse 2004: la memoria fa cilecca ad una certa eta’, ma se spulciassi nei documenti potrei risalire alla data, solo che non qui non e’ necessario.

In ogni caso restai affascinata (e magonata, come si dice da noi, cio’ intristita) dalla sua storia, che ora vi narro, perche’ non si dia tutto sempre per scontato.

Le patate sono senza dubbio il prodotto agricolo che piu’ bilancia il rapporto “prezzo basso-qualita’ nutrizionali alte”, e poi saziano bene e sono anche a lunga conservazione, se tenute al fresco!

Eppure per secoli in Italia le patate non si sono mangiate, anche quando erano gia’ arrivate dall’America con Colombo.

Nei paesi cattolici erano guardate con sospetto perché erano una novita’ prodotta dal sottosuolo, dimora del demonio.
Qualcuno diceva anche che con sostanze contenute nelle loro foglie le streghe potessero volare.

Nei paesi protestanti si fecero molti meno problemi: in Francia il farmacista di Luigi XVI , Parmentier (il padre del noto potage e delle famose patate-alla-parmentier) capi’ che con esse si sarebbe sconfitta la fame e convinse il popolo a consumarle.

Si servi’ di uno stratagemma che, visto adesso, rappresenta la prima pubblicita’ “ingannevole” mai fatta: ne fece coltivare un campicello custodito dalle guardie del Re, che facevano buona sorveglianza come se li’ sotto si celasse un tesoro.

I passanti guardavano con curiosita’ e ben presto tutti si convinsero dell’importanza del nuovo ortaggio: se ci teneva il re, si trattava un prodotto sopraffino.

Ecco, questa fu una vera e grande picconata alla superstizione e all’ignoranza alimentare, e forse la piu’ grossa operazione di marketing del passato: per la prima volta si creo’ un bisogno.

Dalla Francia le patate, sdoganate da tante brutte etichette demoniache, giungero nel  Nord Ovest italiano al seguito delle truppe napoleoniche,  tra 1700 e 1800, in un periodo di carestie senza eguali, inevitabile conseguenza di due secoli di guerre.

Non vennero immediatamente accettate: i Piemontesi erano bugia nen mica per dire.

Gran parte del merito della loro diffusione va al nostro Giovanni Vincenzo Virginio (1752/1830), cuneese, uomo di legge perche’ la pagnotta a casa va portata, ma agronomo per autentica passione (hobby, diremmo oggi), e filantropo per bonta’ d’animo.

Egli studio’ le proprieta’ nutritive delle patate, inizio’ a coltivarle nei suoi terreni e si adopero’ coi suoi mezzi economici per condividere l’esito dei suoi studi.

Combatte’ una caparbia battaglia contro la diffidenza dei Piemontesi verso il nuovo tubero, che taluni credevano velenoso.

patate

Egli arrivo’ a regalare preziosi cofanetti contenenti le patate alle nobildonne che incontrava “in società”, alle feste, per meglio veicolare il suo messaggio, e scrisse un “Trattato della coltivazione delle patate o sia pomi di terra volgarmente detti tartiffle, dato in luce dall’avvocato Vincenzo Virginio, Socio ordinario della Reale Società agraria di Torino e di altre Accademie, dedicato agli accurati Agricoltori del Piemonte“, che venne pubblicato a Torino nel 1799.

Virginio divento’ ricco come Briatore e apri’ una catena di residence ai Tropici… sto scherzando: “fu cosi’ che gia’ tutto ci spese / quel tintinnante salvadaio”! Ecco come ando’, altro che.

Viaggiando in lungo e in largo per il territorio, contribui’ alla diffusione delle patate nei mercati piemontesi, ma si ridusse anche sul lastrico.

Fu costretto ad emigrare in Dalmazia per insegnare in un liceo e anche se il re Vittorio Emanuele II gli concesse una pensione per “meriti” nei confronti dello sviluppo agricolo piemontese, se la passo’ male fino all’ultimo: morì a Torino, sul lastrico e quasi mendico, assistito dalle suore.

E allora quando mangiamo con disinvoltura una patatina con l’aperitivo pensiamoci.
Se capitasse che passiamo da Cuneo, facciamo un salto almeno a visitare Piazza Virginio: a Giovanni Vincenzo piacerebbe.
E rammentiamo che i monumenti eretti ai morti per omaggiarli sono una cosa buona, ma un bel “hai ragione” detto quando sono vivi e’ altrettanto apprezzabile.

virginio

 

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