Le frittelle di Giselda, racconto brevissimo vincitore di IMPIATTIAMO LA VITA a Venezia 2015

Con il racconto LE FRITTELLE DI GISELDA, cari Amici, ho vinto lo scorso anni il Concorso nazionale IMPIATTIAMO LA VITA di Venezia: tutti i dettagli della cerimonia li trovate seguendo questo LINK.
Io, ora, molto semplicemente, vi offro il racconto brevissimo, di 3600 battute, che parla di una storia vera, di famiglia.

LE FRITTELLE DI GISELDA – di Silvia Leoncini

Silvia rigirava le frittelle con la cassarea, una vecchia schiumarola in alluminio ormai tutta storta, e pensava al costo dell’olio: non era solo una questione di borsa nera –e gia’ li’ comunque si parlava di belle cifre- ma delle pedalate che ci metteva sopra suo marito, e di tutto il resto, che a pensarci sembrava ancora incredibile.

Ora, nella penombra della cucina con i vetri oscurati e le piastrelle crema bordate di giallo, l’olio sfrigolava tranquillo creando pizzi attorno alle frittelle dolci e gonfie, punteggiate di uvetta, ma il suo arrivo a casa era costato un trambusto infernale.

‘Avere una figlia piccola che non ti apre la bocca se non le dai le cose che le piacciono e’ una gran disgrazia, ma di questi tempi ne capitano di tutti i colori e piu’ che tirare a campare alla meno peggio non si puo’ fare.

E’ meglio avere Giselda che non mangia niente e ci fa spendere tutto in uova, zucchero, farina e olio alla borsa nera, che piangere come Carlotta, poveretta, che la figlia l’ha lasciata sotto i bombardamenti’ – pensava mentre adagiava i frisceu, ad uno ad uno, sulla carta straccia marrone.

Vicino alla finestra, su una poltrona ormai sfondata e rivestita di tela a quadretti, Emilio stava riposando con la testa rovesciata all’indietro: aveva iniziato a fare i conti della benzina del camion sul quadernetto nero, ma alla fine lo aveva lasciato scivolare a terra e si era assopito.

‘E’ stanco morto, meschinetto, ma si capisce: lavora come un matto e deve anche pensare a portare a casa della roba da mangiare fuori dalla tessera’ –pensava tra se’.

“Tutta colpa tua!”
Si rivolse alla bambina che giocava a ritagliare i vestitini di carta delle bambole, agitando nell’aria la schiumarola:

“Se provassi ad assaggiare le cose normali come noi, tuo padre starebbe piu’ tranquillo.

Impara: fai come tua sorella grande che invece e’ una santa.

E adesso vieni qui e mangia, che se no non cresci, e guarda di metterci anche lo zucchero sopra”

Non riusciva ad arrabbiarsi, in definitiva, anzi: era sollevata e divertita dall’epilogo di quella situazione, partita cosi’ male.

Sun partiu da Zena doppu avei purtou u camiu in ofixina” – le aveva raccontato Emilio due mesi prima.
Aveva portato il camion in officina a fare manutenzione come ogni mese, e aveva deciso di approfittare della giornata di forzato riposo per andare a procurare qualcosa di necessario per la famiglia: la ditta era lui e non doveva render conto a nessuno.

Meno male che in Argentina, nel ’13, aveva fatto tutte quelle gare in bicicletta, cosi’ adesso aveva le gambe buone e poteva usarle per pedalare: Genova-Lucinasco e ritorno erano alla fin fine solo 250 Km e sapeva di potercela fare, bombe permettendo e se i fascisti o i ribelli non ci mettevano la coda.
Lo preoccupava invece un pochino la mano sinistra, perche’ dopo la ferita a Gorizia nel ‘15 aveva rischiato che gliela amputassero, e anche se il professor Lattes gliela aveva salvata, era un po’ arensenia, accartocciata, quindi tenere il manubrio per tanti chilometri poteva non essere una cosa facile, ma sapeva che ci sarebbe riuscito.

Voleva riuscirci.

Aveva pedalato con impegno quindi, e la giornata era cosi’ bella e fresca, per essere ad aprile, che si era perfino divertito: fiori, colori e quel profumo che si sente solo sulla costa della Liguria – e che sa di alloro e di mirto – gli avevano fatto compagnia.

Al frantoio erano stati cordiali come sempre: gente semplice e senza belinate per la testa, che ti faceva entrare in casa come uno di famiglia.

Due fette di torta strosciata, fatta di niente ma cosi’ buona che non ti fermeresti piu’, un bicchiere di pigato, e via con la lattina dell’olio legata dietro e un foglio che diceva che era un omaggio a lui, che era un cugino: ci voleva un documento -anche se era falso- perche’ non si poteva vendere e comprare roba di nascosto, e se ti prendevano erano dolori.

“Intanto con questa, che la teniamo solo per Giselda, ci andiamo avanti un bel po’ e poi la guerra dovra’ ben prendere una svolta” –pensava pedalando velocemente.

Dietro una curva ecco l’imprevisto: posto di blocco, paletta, repubblichini in assetto di guerra.
“Questo Vi viene sequestrato per esigenze belliche -gli aveva detto detto l’ufficiale- ma Vi viene rilasciata da me, adesso, una ricevuta con la quale tra 60 giorni potrete andare a Genova all’indirizzo segnato qui per ritirare una lattina simile”.

Emilio era furioso: tutti i chilometri, tutti i soldi, ecco che tutto svaniva.

Ma non poteva mostrarlo e c’era niente da fare.

Proprio quando stava per risalire in sella e sparire rassegnato, si senti’ un botto e un gran urlare da parte dei militari: qualcuno aveva sfondato le barriere, e tutti si erano lanciati all’inseguimento.

Belan, Silvia, t’ou zuo, te lo giuro, a lamma, la lattina si e’ messa a parlare, e mi ha detto Pigime e scappa e io l’ho legata di corsa e son venuto via come se avessi avuto il diavolo sulla groppa”

Che cosa sarebbe successo se qualcuno se ne fosse accorto non lo aveva nemmeno preso in considerazione: nel suo istinto di conservazione c’era scritto di non farsi fregare da quattro macachi in divisa.

Via, via, via come il vento, a casa a Sestri, e con l’olio, perche’ sua figlia altrimenti non mangiava.

Miliu, descite, gh’en i frisceu. Mia che poi nu ghe n’e’ ciu” – Silvia lo stava chiamando perche’ sapeva che poi, svegliandosi, avrebbe recriminato che “mi trattate come uno zerbino, e manco i frisceu mi lasciate”

Emilio apri’ un occhio, poi l’altro: vide la moglie che stendeva con cura la tovaglia con l’orlo a giorno azzurro e metteva in tavola i piattini belli, vide la bambina mettersi in ginocchio sulla sedia di paglia per allungare la mano, vide arrivare l’altra figlia che era in camera a studiare.

Non ci fosse stata la guerra, sarebbe stato un bel quadro, come quelli che c’erano in casa dei Dufour, che erano dei gran signori e avevano dei dipinti ad olio in sala come lui non ne aveva mai visti.

Il profumo era meraviglioso, e la vita in quel momento sembrava perfetta.
E forse, anche se non lo era, bisognava sapersi accontentare di essere ancora vivi, e di aver gabbato i fascisti.
Si’, perche’ erano passati due mesi, e quello li’ non era piu’ l’olio di Lucinasco.
Era l’olio che Emilio era andato lo stesso, contro il parere di Silvia, a farsi restituire -ricevuta alla mano- a Genova in via Tal dei Tali.

Era gratis e sapeva di vittoria.

Dedicato a Giuseppe Emilio Traverso, Cavaliere di Vittorio Veneto: marito, pare, nonno esemplare.

 

Silvia, #storytellediCuneo

40 thoughts on “Le frittelle di Giselda, racconto brevissimo vincitore di IMPIATTIAMO LA VITA a Venezia 2015

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