In pace, in pace: il mio racconto semifinalista al concorso PER LE ANTICHE VIE

 

In pace, in pace: ecco un documento di famiglia, datato 1918, che ha ispirato il mio racconto In pace, in pace entrato nella rosa dei finalisti del concorso PER LE ANTICHE VIE della regione Friuli: si trattava di scrivere al massimo due pagine, una parte delle quali doveva essere ambientata in Friuli.

Al mio racconto e’ stato abbinato il nome di una pittrice che ha interpretato la vicenda da me narrata, risultando alla fine prima nel concorso di pittura con la seguente motivazione:

La Giuria ha dichiarato vincitrice del premio “I racconti illustrati” 2015 Iva Lulashi di Pordenone, autrice del quadro ispirato al racconto “In pace, in pace!” di Silvia Leoncini di Frabosa Soprana (Cn), con le motivazioni seguenti: “Il taglio compositivo del quadro è molto originale, simile ad un’istantanea fotografica che, per sua natura, ferma sulla pellicola fugaci momenti di vita, esattamente come accade nelle lettere citate nel racconto; inoltre, la divisione in due spazi diversi, distinti e collegati allo stesso tempo, è un’interessante e poetica interpretazione di due luoghi fisicamente separati: oltre la finestra c’è l’incertezza di ciò che può accadere al fronte, al di qua del vetro l’ansiosa necessità di concretezza di chi resta, magistralmente sintetizzata dalla intensità espressiva della figura del bambino, che diventa così centro ottico e poetico dell’opera.”
Questa che leggete nella lettera e’ storia, ma di quella non pallosa: e’ la lettera di uno dei miei nonni, Michelangelo Silvio, tra i primi ad entrare a Fiume liberandola, a piedi, dopo tre anni di guerra, una ferita, una lunga degenza.

in pace

Ecco la lettera originale e, di seguito, il racconto.
Buona lettura!

19/11/18

Carissimi Genitori,
In pace! In pace!!
Oh, un momento, mettetevi il cuore in pace, che più vivo di così non posso essere!
Lo so, me l’immagino che avete sofferto. Ed io, sopportando il sacrificio soffrivo con voi. Sì, cari genitori, ora sono felice: ho sofferto, anzi molto, ma ora basta.
La Vittoria tronca tutti i dolori, tutti i sacrifici.
Marciavo giorno e notte dal 30 ottobre.
Ebbi appena il tempo di scrivervi qualche cartolina di strapazzo che spero avrete ricevuto. Di più non ho potuto fare.
Fate il calcolo dal Piave a Fiume passando a piedi per i monti e le valli e vedrete i chilometri!
Se ho la grazia di venire, quante ne ho da raccontare. L’11 novembre siamo entrati a Trieste per i primi. Siamo stati i primi che dal fiume sacro per via di monti, valli e colline, a piedi, siamo entrati in Trieste, dopo una marcia di 13 giorni!
Ieri (come già saprete dai giornali) siamo entrati a Fiume, ancora i primi.
Non posso descrivere l’emozione che provai. Tutta la popolazione per le strade: uomini, donne, bimbi, bimbe, imbandierati col bel tricolore da capo a piedi, tutti fuori gridando, cantando: Viva l’Italia, viva gli Italiani, mentre da un altro lato cantavano i “Va fuori d’Italia, va fuori stranieri!”
Fiori, baci, strette di mano, insomma, non sono capace di descrivere neanche la terza parte, ed ancora mi vengono le lagrime agli occhi per la commozione!
La mia compagnia, ha occupato la stazione.
Migliaia di soldati di ogni razza, serbi, russi, boemi, croati, tutti che andavano alle loro case. In poche parole, vi dico che sono veramente con l’animo felice, perché ho assistito ai veri e reali fatti di vita. Ora mi trovo a Fiume. Stiamo mettendo l’ordine, perché fra tanti, c’e’ ancora il germe dell’Austriaco vigliacco!
È una città bellissima. Un grande porto, con navi anche cariche di viveri. I cibi costano carissimi.
Mezzo litro di vino 6 corone quasi (6 lire!). Il pane quasi 10 corone al chilo, ed io proprio oggi ci son cascato, perché alle 10 di stamane non avevo già più pagnotta; l’ho mangiata tutta col caffè.
Così, non ho guardato e me ne son comprato un chilo.
Ora sono le 20; un pezzetto ce l’ho ancora! Che chissà se dura fino a domani.
Un appetito così non l’ho mai avuto.
L’aria è buonissima, ma fredda, ed io ho sempre fame. Ma sì, ridete! State allegri!
Bevete anche alla mia salute, che io una bottiglia di quelle la pagherei 20 chilometri.
Bevete, ed inneggiate ai bravi soldati d’Italia.
Brindate anche per il vostro soldato, che superando il dolore di una ferita riportata, in guerra ha voluto chiudere con tutta la forza dell’anima sua, questi giorni di lotta gloriosa, di privazioni e disagi.
Vedete, scrivo in lapis, eppure tengo borsa con penna e calamaio. Non so il perché eppure ci capite, fa niente eh?
Or sarà un mese, l’Emilia mi mandò parecchi francobolli da dieci.
L’ho tenuti dentro il portafoglio, eppure il sudore è entrato lo stesso, e me li ha rovinati tutti, facendone venire un cartoncino. Sono tutti rovinati, se potete mandatene qualc’uno, perché qui non ce n’è ancora.
Gran parte parla italiano, qui.
Ora sono col mio Comandante al Comando Militare di stazione. L’indirizzo è però sempre lo stesso. State dunque tranquilli e contenti che ora è tutto finito. Non più licenze, ma il congedo.
Il vaglia, quello non lo posso ancora fare. Per ora non si può.
Avrei tanto da dirvi, ma mi manca carta e tempo. Sarà per un altro momento.
Dunque allegri sempre, e gridate con me: Viva l’Esercito Italiano. Viva i nostri soldati!
Bacioni a tutti, vostro figlio,
Silvio

Ed ecco il racconto.

 

In pace, in pace!

 

Fare i compiti non era mai un peso per Dario, ma l’aritmetica faceva proprio eccezione.

“Sei distratto come un gabbiano” gli diceva sempre suo fratello Silvio, che aveva fatto le scuole alte, e mentre lo diceva scrollava la testa.

Ci fosse stato ora, gli avrebbe risolto il busillis in un amen, ma era a Trieste o chissa’ dove!

E poi, che tristezza dover studiare mentre sua madre guardava fuori in silenzio.

L’autunno era la stagione che a entrambi piaceva di meno: a Campo faceva un gran freddo, quella casa affacciata sulla Stura diventava gelata appena si spegneva la stufa e anche su al piano alto arrivava l’umidita’.

Dalla finestra della cucina si vedevano solo la collina al di la’ del torrente, l’acqua che scorreva impetuosa per le recenti piogge e un ultimo raggio di sole che si spegneva in fretta dietro un olmo: non era certo il giardino spazioso che avevano avuto sott’occhi ogni giorno fino a due anni fa, con le panchine in legno e il tavolino di marmo.

Marcellina pensava a quanto era facile abituarsi in fretta ai miglioramenti e quanto invece fosse duro il ritorno a piu’ modeste abitudini.

Le sarebbe piaciuto continuare ad abitare nella villa di fronte alla filanda, ma a causa dei sacrifici bellici si era ridotto il consumo di telerie di qualita’ e il fatturato ne aveva risentito, tanto che il padrone aveva dovuto comunicare a malincuore a suo marito, direttore dell’opificio, che non poteva piu’ pagargli l’affitto di quel grande appartamento nella bella palazzina antica con giardino.

Pietro aveva quindi dovuto tornare con la moglie e il figlio piccolo nella loro vecchia casa, in centro a Campo Ligure: tutti gli abiti della donna, i suoi parasole, i cappellini e le tende ricamate ci stavano stretti e molti erano finiti in soffitta in un baule che lei arieggiava una volta al mese, brontolando puntualmente all’indirizzo della scala a pioli ripida, della travatura bassa del sottotetto, della gonna che le si impigliava ovunque e della guerra.

Gia’: la guerra!

Era finita da pochi giorni, ma per loro tre non del tutto perche’ non sapevano ancora dove fosse Silvio.

Era partito a luglio del ‘15 per lo smistamento con tanta voglia di fare e di spaccare il mondo, mentre la madre lo avrebbe preferito a casa, a studiare all’universita’ e farsi una posizione.

“Il re ci chiama perche’ noi tutti dobbiamo andare a liberare le terre dell’est dall’Austriaco vigliacco.

Io sono un granatiere e gliela faro’ vedere: vedrai che Trieste la prendo.

E’ una citta’ di mare come la mia Genova, e non vedo l’ora di esserci” le aveva detto prima di partire, sorridendo con quella sfrontatezza a lei ben nota.

Era la stessa con cui partiva in bicicletta e si ammazzava di chilometri per divertimento, la stessa con cui si metteva a suonare a orecchio sulla sua chitarra un pezzo nuovo sentito canticchiare da qualcuno per strada: voleva riuscire e ci credeva davvero, non tanto per dire.

Lo aveva visto sparire dietro l’angolo agitando un fazzoletto tricolore, con la faccia di quello che va a una festa.

“Dario, prendimi la cassetta rosa. Non so se tuo fratello e’ vivo e fin che non torna l’unica cosa che posso fare e’ pregare la Madonna Addolorata”

Il bambino mollo’ la matita, alzo’ gli occhi al cielo e si mosse silenziosamente verso la camera da letto dei suoi: eravamo da capo.

Sua madre adesso avrebbe preso dalla scatola il rosario e le lettere di Silvio dal fronte e le avrebbe rilette mentre pregava, avrebbe pianto, recitandone a memoria interi brani, e poi avrebbe ripetuto come sempre: “Tu Dariuccio queste cose non le capisci bene, ma tuo fratello e’ lontano a servire il re e il suo paese e tante cose brutte gli possono succedere.

Quando e’ tornato da Gorizia, ferito al ginocchio, lo hanno portato all’ospedale di Genova e speravo che poi lo lasciassero a casa per sempre ad aiutare te a fare i compiti, e invece dopo tre mesi se lo sono ripresi e l’hanno rimandato contro i crucchi.

Prega per tuo fratello e per i suoi compagni sul Tagliamento a patire”

Non ne sapeva molto di geografia, Dario, ma aveva visto tante volte la cartina sul tavolo.

Ogni volta che arrivava una lettera di Silvio suo papa’ apriva l’atlante, lo chiamava e gli mostrava il Piave, l’Isonzo e il Tagliamento, l’Altopiano di Asiago, Rovereto, Gorizia e Trieste da liberare.

Un sabato ne era arrivata una bellissima che descriveva un inseguimento aereo sopra M.

Il nome del paese non c’era, per questioni di censura (gli aveva spiegato il papa’, ma lui non aveva capito bene) pero’ si trattava di sicuro di Monfalcone, dove c’erano i cantieri e dove Silvio era stato assegnato agli uffici di fureria dopo la ferita.

Suo fratello era un attore nato e descriveva le cose come in un cortometraggio: “Ecco che esco dai baraccamenti, attirato da un gran frastuono, e vedo un incursore austriaco inseguito dai nostril!

Gran duello sui cieli di M e noi tutti col naso alzato. Vanno, vengono, mitragliano e scendono in picchiata gli uni e gli altri.

L’austriaco raddoppia le forze e i nostri contro, vai vai, e alla fine li mettono in fuga vergognosa.

Da sotto noi applaudiamo.

Nel frattempo sento un botto, vengo scaraventato lontano e quando rinvengo mi giro e vedo che la mia baracca non c’e’ piu’, ma io sono fortunosissimamente incolume.

Certo, cara mamma: sono un granatiere e nulla puo’ contro di me.”

Leggendo, per non spaventare Dario, Pietro aveva preso due mele e faceva dei gran gesti in aria, muovendole come due aerei che si inseguono.

“Se la mamma legge quella lettera almeno mi diverto e lei non piange stavolta” pensava girandosi verso il cesto della frutta, pronto a mimare il duello.

“Cara mamma, quattro giorni fa eravamo ben oltre il grande fiume e c’e’ stato un bel trambusto, come direbbe papa’, perche’ loro volevano attaccarci e il sergente ci ha detto di resistere a qualunque costo senza uscire dalla trincea” inizio’ Marcellina.

“Si mette male perche’ questa e’ quella di Aurelio.” penso’ Dario tuffando la testa sul quaderno di aritmetica a caccia del riporto scappato ad una somma che non era giusta.

“Ma Aurelio non si teneva. Salto’ in piedi sulla trincea incitandoci fortemente all’attacco e a sparare, mentre quelli ci lanciavano le granate. Una lo prese, mamma, e ti mando il trafiletto del giornale che scriviamo noi quando possiamo, perche’ e’ descritto da eroe qual era e vorrei lo portassi a sua madre”

Marcellina si asciugo’ le lacrime.

“Lo so che e’ finita ormai, Dario, ma chi lo sa se Silvio non ha fatto una fine cosi’ proprio all’ultimo? Non abbiamo notizie da tanti giorni, non si sa nulla. Prega, che e’ meglio: prega, che ti viene piu’ facile dell’aritmetica e le voci degli angeli come te il Signore le ascolta”

Il bambino si fece il segno della croce e si apprestava davvero a pregare per ore –qualunque cosa era meglio di quel riporto assurdo nell’addizione del mistero, che da venti minuti gli stava dando risultati sempre diversi- quando si udi’ un urlo salire su dalla tromba delle scale.

“Marcellina, vieni presto! Guarda, guarda!”

Pietro entro’ di corsa, ansimando, e si accascio’ sul divanetto: non ce la faceva a parlare e non si capiva se stesse ridendo o piangendo.

“Che succede, dimmi che cosa c’e’. Stai male? Parla. Che succede?”

“E’ vivo, e’ vivo, sta bene e poi torna.”

Marcellina cadde a corpo morto sulla sedia, con le braccia lungo il corpo e le gambe allungate in avanti, come una bambola rotta.

Non riusciva a parlare e nemmeno a respirare.

Era come se le forze fossero uscite da lei e lei stessa si vedesse da fuori, sospesa per aria.

Dario prese la lettera caduta a terra, si avvicino’ alla finestra e inizio’ a leggere quei fogli che il padre, rientrando prima dal lavoro, aveva trovato nella buca delle lettere.

Per fortuna suo fratello, membro della Societa’ dei Comici, durante la convalescenza gli aveva fatto fare esercizio di lettura con intonazione, cosi’ adesso poteva forse leggere in modo passabile.

“19/11/18

Carissimi Genitori

In pace! In pace!

Oh, un momento, mettetevi il cuore in pace, che più vivo di così non posso essere!

Lo so me l’immagino che avete sofferto. Ed io sopportando il sacrificio soffrivo con voi. Sì, cari genitori, ora sono felice: ho sofferto, anzi molto, ma ora basta.

La Vittoria tronca tutti i dolori, tutti i sacrifici.

Marciavo giorno e notte dal 30 ottobre.

Ebbi appena il tempo di scrivervi qualche cartolina di strapazzo che spero avrete ricevuto.

Di più non ho potuto fare.

Fate il calcolo dal Piave a Fiume passando a piedi per i monti e le valli e vedrete i chilometri!

Se ho la grazia di venire, quante ne ho da raccontare.

L’11 novembre siamo entrati a Trieste per i primi. Siamo stati i primi che dal fiume sacro per via di monti, valli e colline, a piedi, siamo entrati in Trieste, dopo una marcia di 13 giorni!

Ieri (come già saprete dai giornali) siamo entrati a Fiume, ancora i primi.

Non posso descrivere l’emozione che provai. Tutta la popolazione per le strade a Trieste e Fiume: uomini, donne, bimbi, bimbe, imbandierati col bel tricolore da capo a piedi, tutti fuori gridando, cantando: Viva l’Italia, viva gli Italiani, mentre da un altro lato cantavano i “Va fuori d’Italia, va fuori stranieri!”

Fiori, baci, strette di mano, insomma, non sono capace di descrivere neanche la terza parte, ed ancora mi vengono le lagrime agli occhi per la commozione!

La mia compagnia, ha occupato la stazione.

Migliaia di soldati di ogni razza, serbi, russi, boemi, croati, tutti che andavano alle loro case. In poche parole, vi dico che sono veramente con l’animo felice, perché ho assistito ai veri e reali fatti di vita. Stiamo mettendo l’ordine, perché fra tanti, c’e’ ancora il germe dell’Austriaco vigliacco!

È una città bellissima, come Trieste. Un grande porto, con navi anche cariche di viveri.

I cibi costano carissimi.

Mezzo litro di vino 6 corone quasi (6 lire!). Il pane quasi 10 corone al chilo, ed io proprio oggi ci son cascato, perché alle 10 di stamane non avevo già più pagnotta; l’ho mangiata tutta col caffè.

Così, non ho guardato e me ne son comprato un chilo.

Ora sono le 20; un pezzetto ce l’ho ancora! Che chissà se dura fino a domani.

Un appetito così non l’ho mai avuto.

L’aria è buonissima, ma fredda, ed io ho sempre fame. Ma sì, ridete! State allegri!

Bevete anche alla mia salute, che io una bottiglia di quelle la pagherei 20 chilometri.

Bevete, ed inneggiate ai bravi soldati d’Italia.
Brindate anche per il vostro soldato, che superando il dolore di una ferita riportata, in guerra ha voluto chiudere con tutta la forza dell’anima sua, questi giorni di lotta gloriosa, di privazioni e disagi.

Vedete, scrivo in lapis, eppure tengo borsa con penna e calamaio. Non so il perché eppure ci capite, fa niente eh?

Or sarà un mese, l’Emilia mi mandò parecchi francobolli da dieci.

L’ho tenuti dentro il portafoglio, eppure il sudore è entrato lo stesso, e me li ha rovinati tutti, facendone venire un cartoncino. Sono tutti rovinati, se potete mandatene qualcuno, perché qui non ce n’è ancora.

Gran parte parla italiano qui.

Ora sono col mio Comandante al Comando Militare di stazione. L’indirizzo è però sempre lo stesso. State dunque tranquilli e contenti che ora è tutto finito. Non più licenze, ma il congedo.

Il vaglia non lo posso ancora fare. Per ora non si può.

Avrei tanto da dirvi, ma mi manca carta e tempo. Sarà per un altro momento.

Dunque allegri sempre, e gridate con me: Viva l’Esercito Italiano. Viva i nostri soldati!

Bacioni a tutti, vostro figlio Silvio”

Tutto sarebbe tornato come prima, adesso era chiaro anche a Dario e ai suoi nove anni: sua madre avrebbe ricominciato a cantare le arie dell’opera mentre cucinava, suo padre a scolpire il legno la domenica pomeriggio e lui avrebbe avuto di nuovo qualcuno che gli riguardava le operazioni senza fare la spia e senza prenderlo a scappellotti.

Era un buon punto di partenza per diventare grandi, pensava, e fare gli esploratori, viaggiare, scoprire e avere il proprio nome scritto grande sui giornali.

Come Aurelio, ma vivo.

Si’, appena possibile sarebbe andato a vedere Trieste tanto per cominciare, ma in treno, non in aereo, per paura del ricognitore.

 

4 thoughts on “In pace, in pace: il mio racconto semifinalista al concorso PER LE ANTICHE VIE

  1. Proprio una bella storia per il 4 novembre! Si sente la gioia sprizzare tra le righe. E la soddisfazione di poter mangiare anche solo pane ( avevano 18 anni quei ragazzi) e di poter pensare a casa con il congedo definitivo.
    Come scriveva bene, nonno Silvio!
    Chissà se qualcuno dei suoi ha ereditato la sua bravura!

    1. Eh, non so! Io mi fermo al non fare errori di ortografia…
      Grazie del bel commento, Sandro

    1. Interessante!
      Dove trovo qualcosa di tuo da leggere, che non siano ricette (anche), ma ad esempio storia?
      A me piace sempre.

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