Il bonet classico e le sue varianti moderne: ricetta e divagazioni a tema

Si’, decisamente il bonet e’ il dolce piemontese per eccellenza, presente alla fine di tutti i pranzi di famiglia: facile da preparare, morbido (quindi adatto a tutti, dalla nonna in giu’) e con un sapore e un profumo che conquistano tutti.
Oggi ricorre la GIORNATA NAZIONALE DEL BONET del CALENDARIO DEL CIBO ITALIANO di AIFB  di cui e’ ambasciatrice Sabrina Fattorini e come potevo non scrivere qualcosa?

 

Pensate che e’ cosi’ famoso che il nome bonet -che si riferisce quasi sicuramente alla forma a cupola come un capello, che ha di solito in alternativa a quella allungata- ha oltrepassato i confini del Piemonte per colonizzare la Liguria (cosa abbastanza rara, considerata la testardaggine degli indigeni), dove budino si dice appunto bonetto (e si legge bunettu)

Vi daro’ oggi la ricetta della nonna e un’idea dello chef per preparare un

alternativo.
Se hai fretta 

SALTA E VAI ALLA RICETTA

altrimenti mettitivi comodo, cosi’ ti racconto anche qualcosa dei miei posti.

Amaretti, uova, zucchero, latte sono gli ingredienti antichi.
Certo, perche’ il bonet e’ nato come dolce a chilometri zero, quando il cioccolato e il cacao erano un lusso per pochissimi, mentre di nocciole era pieno il Piemonte.

Non e’ un caso se anche il torrone delle Langhe e’ fatto in tutto e per tutto come un torrone, ma invece delle mandrole ci sono le nocciole!
Chi non aveva almeno un nocciolo accanto a casa un tempo?
Pensate che ne ho alcuni pure io, che sono allergica al loro polline: e anche se li torturo ogni tanto, ricrescono sempre con puntigliosita’.

Il nocciolo e’ un albero poco impegnativo, che non diventa alto e quindi non fa ombra, dal legno durissimo e quindi adatto  farne anche attrezzi per l’orto e perfino pali da slalom!
In montagna (diciamo sopra ai 600-700 m) fa fiori a gennaio/febbraio ( dipende dal clima del momento) con una testardaggine da Oscar e poi raramente li trasforma in frutti.
Non ce la fa forse per via della quota: le nocciole che si trovano attorno a casa mia spesso sono vuote.
La mia vicina dice che hanno preso la nebbia.
Non ho capito bene che cosa intenda, ma il fatto e’ che le rompi (a fatica) e le trovi vuote!
Io credo che  si tratti piu’ che altro di noccioli inselvatichiti, che nessuno ha coltivato da tempo prorpio perche’ intanto davano scarsi frutti.
Ma nelle Langhe la nocciola Tonda e Gentile e’ un fiore all’occhiello, indiscusso e senza rivali nel mondo.

Quindi si’: il legno e’ durissimo e ci si facevano i pali da slalom dei miei tempi (da quando ero piccolissima fino almeno al 1975) nella zona del Cuneese verniciandoli a pennello in rosso  o blu: durissimi, senza snodo, difficili da piantare nella neve gelata, erano comunque cio’ che offriva il mercato.
A questo proposito vi racconto una chicca del mio paese, Frabosa.
Un signore che avra’ una quindicina di anni piu’ di me forse e da ragazzo faceva gare di sci mi ha raccontato che una volta si era trovato a gareggiare a Cervinia.
Spacco’ uno sci in allenamento e dovette rinunciare alla gare, cosi’ resto’ a margine a guardare e l’allenatore di una squadra valdostana gli chiese dove abitasse.
– A Frabosa Soprana.
– Ah, Frabosa, dove abita il nostro fornitore di pali da slalom!
– Mi scusi, ma non lo so: e’ sicuro di non sbagliarsi?
– Ma certo che no. Si chiama Bonicco e fornisce tutti gli sci club di Piemonte e Valle d’Aosta.

Morale: il signor Eugenio Bonicco in questione era un olimpionico dei tempi di Zeno Colo’, maestro di sci e titolare di un negozio di articoli sportivi a Frabosa.
Era molto attivo, quindi nei tempi morti ( 🙂 ) saliva su a Monte Moro, disboscava ove necessario e la sera (o anche la notte, mi raccontava la mia fonte) verniciava i pali e li vendeva in tutto il Nord-Ovest.
Ma in paese da sempre ci si fa i fatti proprio e quindi nessuno lo sapeva!

Procediamo: nell’ottocento si diffuse l’uso del cacao nei dolci e nacque la versione attuale del bonet, che decisamente ha una marcia in piu’!

Qui vi lascio la ricetta di mia bisnonna, titolare di una trattoria nell’Alessandrino dal 1900 circa al 1930: chiaramente non e’ LA ricetta del bonet, ma UNA ricetta del bonet.

Come lo si cuoceva ai tempi delle nonne e delle bisnonne?
Molto spesso si faceva a bagno maria sulla stufa economica o sulla stufa da riscaldamento: non era impegnativo, perche’ bastava mettere nello stampo la pastella preparata, posizionare lo stampo in un tegame piu’ grosso con due dita di acqua e metterlo sulla stufa con un coperchio.
Ogni tanto lo si andava a controllare e quanto tempo ci metteva a rassodarsi era affar suo.
Quando era pronto, era pronto: all’epoca i minuti contati non c’erano e gli orologi spesso non avevano la lancetta dei secondi!
Se poi c’era il forno a legna che si stava spegnendo, lo si metteva a bagno maria nel forno e si aspettava che fosse pronto, recuperando cosi’ -con una cottura poco impegnativa- il calore che altrimenti sarebbe andato perduto.

 

 

INGREDIENTI

100 gr di amaretti secchi

100 gr di zucchero semolato

100 gr di cacao amaro in polvere

30 gr di cioccolato fondente (migliora il sapore generale e la consistenza, e poi serve per riciclare ciò che rimane delle uova di Pasqua – la bisnonna ne aveva sempre perche’ lo usava per tenere assieme a due a due i baci di dama)

700 ml di latte fresco intero

5 uova freschissime

1 bicchierino di rhum, meglio se scuro, oppure un bicchierino mezzo di rhum e mezzo di amaretto

4 cucchiai da minestra di zucchero semolato per il caramello

utensili

uno stampo da budino o rotondo o allungato (tipo plum cake)

 

bonet

PROCEDIMENTO

  1. Preriscaldare il forno a 180-200 gradi
  2. Frullare col mixer gli amaretti, riducendoli in sabbia finissima
  3. Fondere il cioccolato a bagnomaria
  4. Sbattere energicamente con la frusta le uova e lo zucchero, ed aggiungere al composto il cacao in polvere e  il cioccolato fuso
  5. Scaldare il latte (senza farlo bollire) ed unirlo alla massa uova-zucchero-cacao-cioccolato
  6. Unire infine la polvere di amaretti e il liquore, sempre mescolando.
  7. Mettere nella forma da budino lo zucchero e, tenendola con un guanto o una pinza apposite, avvicinarla alla fiamma del fornello, senza appoggiarvela. Poiche il tegame e’ in alluminio, lo zucchero si scaldera’ subito, iniziando a fondere. Basta muoverlo, avvicinandolo ed allontanandolo dalla fiamma, per non far bruciare lo zucchero (e’ importante, perche se brucia diventa amaro e dovete buttarlo via!): appena e’ tutto fuso, si allontana il tegame dalla fiamma e lo si rotea velocemente, distribuendo il caramello sul fondo.

NOTA: Non preoccupatevi se sembra solidificare immediatamente, perche’ fondera’ di nuovo perfettamente mentre cuoce il budino.

A QUESTO PUNTO basta infornare a bagno maria per circa 40 minuti (In ogni caso, prima di sfornare il bûnet, fare la classica ‘prova stecchino’) e lasciar riposare almeno 4 ore prima di capovolgere sul piatto di portata e decorare con granella di amaretti e amaretti interi.

Un buon moscato o un passito in accompagnamento e’ la morte sua, come si dice in gergo.

LA VERSIONE MODERNA: ho mangiato a Novara dei tartufini al bonet creati da chef Gianpiero Cravero del Convivum che erano una meraviglia.
Guardateli nella foto!

bonet
Ovviamente la ricetta e’ segreta, ma ho scritto allo chef e mi ha risposto!
Siete curiosi?

CLICCATE QUI  e saprete tutto!

 

 

 

32 thoughts on “Il bonet classico e le sue varianti moderne: ricetta e divagazioni a tema

  1. Ciao Silvia, mi sono già innamorata di questo dolce al primo assaggio e l’ho già fatto in due diverse versioni. Ora ci mancavi solo tu con la sfida “tartufo di bonet”… il mio giro vita grida “vendetta!!!”

    1. Lascia stare… immagina che ho comprato perfino il pallone da pilates da usare in casa.
      E temo che abbia due cm di giro vita meno di me
      😀 😀 😀

  2. Ciao!
    Il Bonèt è sicuramente il mio dolce al cucchiaio preferito.
    Il tuo racconto è stato molto piacevole da leggere, complimenti.
    Buona Giornata Nazionale! 🙂

    1. Grazie Camilla!
      Sai, a me piace quasi piu’ raccontare che cucinare, ovvero: vanno di pari passo.
      Con la differenza che a raccontare si ingrassa di meno!
      😉

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