Il bandito Miclinet di Frabosa: un racconto tra storia e leggenda pubblicato da Sabbatelli

Cari Amici,

lo scorso anno ho pubblicato questo racconto -ispirato al bandito Miclinet di Fontane- nel volume Racconti tra le Colline e il Mare, edizione Fratelli Sabbatelli, invitata dal Banco Azzoaglio che ogni anno regala una bella pubblicazione a tiratura limitata ai suoi clienti.

A parte i fortunati che hanno avuto in dono il volume, ricco di piacevoli racconti di vari autori, pochi altri avranno occasione di leggere il mio scritto, perche’ occorrerebbe una ristampa, in quanto si e’ registrato il tutto esaurito.

Trattandosi di un racconto che ho inventato partendo dalla leggenda che narra di un bandito delle vallate frabosane tra il ‘700 e l’ 800, quando le guerre e le tasse affamavano la montagna, mi fa piacere pubblicarla anche qui su LA MASCA IN CUCINA, in modo chi mi segue possa leggerla: rappresenta anche il mio primo approccio con il noir, in un certo senso, e avviene in maniera soft.
Spero vi piaccia.

Sappiate comunque che quando verrete alla prossima Sagra della Raschera a Frabosa Soprana a ferragosto e guarderete il manifesto che la pubblicizza, la sagoma nera che incontrerete su di esso sara’ proprio lui, Miclinet: Michele Mamino in persona.

Vi lascio quindi alle sue avventure con un’avvertenza: le foto che corredano il racconto -per rispetto della privacy del bandito- non sono del suo paese, ma di una borgata vicina!
😀

Buona lettura!

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Il bandito Miclinet – di Silvia Leoncini

 

Si capiscono tante cose da orizzontali, perche’ vedi tutto con inevitabile distacco.

Ebbene, si’, Michele doveva rassegnarsi: era morto poche ore prima.
Si vedeva li’ sdraiato su dei tavolacci in mezzo alla chiesa, con delle persone attorno a debita distanza, che lo guardava con orrore misto a curiosita’.

Non sentiva dolore, non piu’, ma aveva la sensazione di averne patito in tempi recentissimi, e tanto da morire.

A quanto pare pero’ era vero che lo spirito esisteva ed usciva dal corpo.

Solo che non volava in cielo come si dice: non subito, o almeno, non sempre subito.

Lui si sentiva e si vedeva aleggiare la’ sopra: non stava male, era senza peso e senza forma, ma non era nemmeno contento.
Piu’ che altro era agitato, e stava cercando di ricordare cio’ che era successo.

La gente pian piano continuava ad entrare in silenzio, si avvicinava all’uomo sdraiato e composto abbastanza sommariamente, e lo fissava come se volesse assicurarsi che fosse lui per davvero.
I ceri tutt’attorno creavano ombre strane e cupe sui muri e sui volti di tutti.

I gendarmi che lo vegliavano ai quattro angoli sembravano di legno.

Entro’ un gruppo di donne, con alcuni bambini impauriti per mano: entrarono dei malgari, appena arrivati dai lavori nella stalla e ancora con le scarpe sporche ai piedi; entrarono il sacrestano con la perpetua, il parroco e due suore del paese, e tutti si misero in ginocchio a pregare.

Michele ricordo’ che quando era piccolo la madre lo spediva a spintoni in chiesa, perche’ in una piccola frazione come la loro era davvero uno scandalo se qualcuno non partecipava alle funzioni.

Lui pero’ non andava volentieri, perche’ frequentando la scuola svogliatamente, quando il prete lo costringeva a leggere (e prima o poi toccava a tutti, a turno) incespicava per la poca dimestichezza con l’alfabeto e gli altri ragazzi ridevano.

D’altro canto, come poteva leggere e far di conto speditamente se il piu’ delle volte invece di entrare in classe si nascondeva e poi se ne andava a zonzo in montagna?

C’erano delle giornate cosi’ limpide a volte a novembre e a dicembre, che salendo da Fontane alla Colla del Prel e poi a Monte Moro si vedeva il mare, e quello era infinitamente meglio che stare seduto su un banco di scuola, correndo il rischio di finire in castigo dietro la lavagna.

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Lassu’ si sentiva signore, e scordava la sua condizione di montanaro derelitto, proprietario di poche mucche e di un seccatoio in comune con i cugini.
Immaginava di essere il re della montagna, dalle Alpi alla pianura, dalle colline di Langa al mare, che gli pareva comunque un’immensa pianura vuota.

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Quando tornava a casa raccontava qualcosa a caso, e per fortuna sua madre non guardava mai i quaderni, se no sarebbero state zoccolate in testa.

Certo invece quando nevicava, o la neve era alta in paese, allora si’ che andava a scuola, per forza, portando anche un ciocco di legna per riscaldare, e se il maestro -che poi era il parroco- gli chiedeva ragione dell’assenza, rispondeva che aveva aiutato suo padre che con le bestie da accudire, il formaggio da fare, la legna da tagliare e il seccatoio da far andare per le castagne, da solo non ce la faceva.

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“Io lavoro, munsu’ prevosto, e vengo qui quando posso.”

Adesso Michele vedeva anche il prevosto sotto una luce nuova: non era per cattiveria che lo sgridava, ma perche’ era un bravo Cristo e capiva che la tendenza a non stare alle regole prima o poi avrebbe cacciato nei guai quel ragazzotto, figlio unico di famiglia sfortunata.

E infatti, guarda com’era finito: morto ammazzato!

Certo che –gli sovvenne- prima di farsi far fuori si era anche levato, nel suo piccolo, qualche bella soddisfazione.

Da ranocchio gracile si era piano piano trasformato in giovane forte; non aveva potuto crescer di statura, ma era riuscito a far molto per i muscoli e la stazza.
La furbizia, poi, ce l’aveva da sempre, e era bastato solo tenerla in allenamento.

A dirla tutta, penso’ mentre vide entrare in chiesa anche Achille -il mercante che saliva una volta al mese col carro fino alle Fontane a comprare e vendere- le prime volte si era fatto fregare.

Un giorno di settembre che sua mamma aveva la febbre, forse per il troppo lavoro, e suo padre stava ancora scendendo dall’alpe con la piccola mandria, Michele era stato mandato dal mercante in piazza a vendere delle uova e due forme di formaggio, e avrebbe dovuto tornare a casa con una parte di pagamento in denaro e un sacco di farina.

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Torno’ solo con la farina e un piccolo pacco di sale, perche’ il mercante lo aveva fregato dicendogli che le uova erano piccole e i formaggi troppo secchi.

Era stata una delusione bruciante, non tanto per la sfuriata di sua madre, quanto per la ferita al suo orgoglio, ma gli era servita di lezione.

Ne aveva parlato con un amico, e insieme a lui, il mese dopo, aveva aspettato il carro di Achille sul colle dello Straluzzo, dove il mercante si riposava sempre un po’ all’ombra, prima di affrontare la discesa: spesso si addormentava, ma non correva pericolo, perche’ i valligiani lo rispettavano.

Quel giorno pero’ gli sparirono parecchi sacchi di roba, che avrebbe ritrovato se fosse andato a farsi un giro verso Seccata, in una casa abbandonata, ma non lo aveva fatto.

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“Da dove esce tutta questa roba, Michele? Farina, zucchero, tabacco da pipa, olio per la lampada: in nome della Madonna Addolorata, dove li hai presi?” gli aveva chiesto sua mamma.
“Sono stato per giorni a lavorare da Giuanin lo zoppo invece di andare a scuola, mamma, ma non e’ il caso di arrabbiarsi, perche’ Giuanin mi ha pagato e non e’ cattivo come dite tu e mio padre”
Michele se l’era pensata bene: Giuanin lo zoppo faceva il fabbro e il calzolaio, ma aveva discusso malamente due volte per un pagamento, che il padre di Michele riteneva esagerato, e da allora ne’ lui ne’ sua moglie gli avevano piu’ rivolto la parola, quindi Michele sapeva che sua mamma non sarebbe andata a chiedere conferma.

Certo, a pensarci ora, da fuori, si rendeva conto che a 13 anni, nel tentativo di vendicarsi per una fregatura subita, era diventato un piccolo delinquente, insieme al suo amico.

Ma ormai era fatta.

Quando poi i paesani riportarono a casa suo padre ferito da una rovinosa caduta in un burrone, e il pover’uomo di li’ a poco mori’, Michele si senti’ fortemente in credito col destino, e decise che si sarebbe preso tutto quello che gli veniva, a dispetto della sorte contraria.

Assalire i dazieri sul colle dello Straluzzo assieme all’amico Dragone era diventato un piacere: quei bastardi al soldo del re savoiardo prima, e dei francesi poi, approfittavano della povera gente.
Erano passati quasi cent’anni, aveva sempre sentito raccontare, da quando c’era stata una guerra che ne era durata quasi 20 tra il re e i paesani proprio perche’ il re aveva messo una tassa fortissima sul sale, e loro non avevano soldi per pagarla, e quindi andavano per via di creste fino in Francia a comprarlo di contrabbando.

Per mettere fine al traffico suo nonno gli raccontava che erano stati mandati tanti soldati da far nera la vallata, ma i Funtanin erano duri a farsi battere e ci volle del bello e del buono per piegarli.
Anche nelle altre valli accadeva la stessa cosa, e alla fine i Savoia l’avevano avuta vinta, e avevano fatto tanti morti e tanti prigionieri da far lavorare in risaia, ma a prezzo di tante vite anche tra i loro, e ben gli stava.
Vincitori non ce ne erano stati da nessun lato, e quando dal re piemontese si passo’ all’imperatore dei Francesi, non cambio’ proprio nulla.

E allora, si erano detti i due giovani, non era sbagliato depredare quei maledetti che venivano ad affamare i poveri in nome di un re, chiunque fosse.

Il Mandamento di Mondovi venne sollecitato da Torino perche’ fermasse quelli che ormai erano noti come i banditi delle due Frabose (ogni tanto si spingevano anche a Sottana e verso Miroglio a caccia di prede) e impose una taglia.
Michele e Dragone la videro crescere e crescere, tanto che scommettevano tra loro sulla cifra massima che avrebbe raggiunto entro una settimana o in capo ad un mese.
I compaesani facevano finta di non conoscere le loro attivita’, anche perche’ i due dividevano tra i piu’ bisognosi una parte dei loro bottini, per cui nessuno li avrebbe mai denunciati.

Nel frattempo Michele faceva attenzione che a sua madre non mancasse nulla, povera donna.

Fu in quel momento che la vide entrare in chiesa, sorretta da alcune comari: aveva poco piu’ di cinquant’anni, ma pareva ultracentenaria, curva per il lavoro duro e piegata dal dolore.

“Povera mamma; se non fossi morto, quante cose potrei darle ancora, che non ha avuto mai!” penso’ Michele.

Quando i gendarmi erano saliti per la quarta volta a Fontane a cercarlo senza successo, avevano incendiato il fienile di casa sua, e solo le generosita’ dei vicini aveva impedito che andasse in malora anche la casa. Tuttavia, al suo ritorno, Michele aveva reputato che sua madre non fosse piu’ al sicuro lassu’, e l’aveva trasferita a Seccata, in quella vecchia casa abbandonata dove, coperta dall’omerta’ di tutti, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di cercarla.

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Le aveva riempito la stanza di ogni ben di Dio, si era vestito bene e poi era salito alle Fonane, per farsi vedere in paese, e mostrare a tutti che lui, Michele detto Miclinet, non lo piegava nessuno, anzi, pranzava tranquillo in centro del paese, e chi gli avesse parlato dietro dopo esser stato aiutato da lui a tirare avanti per mesi, sarebbe stato trovato con la gola tagliata quanto prima.

“Che soddisfazione era stata quella volta!” si sorprese a pensare

Quel giorno la locanda era abbastanza piena e dalla cucina si sprigionava un profumo di salsiccia cotta nel vino che avrebbe resuscitato un morto.
Del resto, una volta che ci si fosse arrampicati fin lassu’, svalicando il colle dello Straluzzo e scendendo a Corsaglia, per poi risalire in direzione delle montagne, la fame non poteva far altro che crescere, sia che si andasse a dorso di mulo, sia che si procedesse col cavallo di San Francesco.

Alla Locanda delle Fontane su questo contavano, perche’ certo non era un ristorante di lusso, e comunque se per caso esistevano ancora dei signori in giro, cosa di cui la proprietaria dubitava sinceramente, non sarebbero certi arrivati in un posto cosi’ sperduto.

Quindi la sua cucina era semplice e sincera: polenta, sugo di salsiccia al vino, sempre caldo e da allungare alla bisogna (dove mangiano dieci persone si mangia anche in quindici, diceva), pollo in umido agli odori, torta di farina di castagne e pere martin sec per fin che ne aveva, e poi dopo solo budino di latte, ma buono.

La guerra, che si protraeva con alterne fasi da molti decenni, non aveva lasciato niente di superfluo in giro, e bisognava esser previdenti, economizzare e nascondere dietro porte ben chiuse.

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Di nemici che parlavano lingue strane ne erano passati di tutti i colori da che si aveva memoria, in valle Corsaglia, a cominciare dall’uomo nero di cui si narrava durante le veglie nella stalla, arrivato a piedi con le lame ricurve in mano, fino ai francesi di adesso, ma senza sottovalutare i soldati del re, che era si’ il re di tutti in vallata, ma non parlava il kye’ e quindi era straniero, e per di piu’ voleva ogni giorno piu’ soldi e inventava sempre nuove tasse.

Michele, seduto al tavolo appena accanto alla porta, non si capacitava di come quel sugo potesse essere cosi’ buono, visto che di sicuro era fatto con niente.

“Sara’ la fame” pensava, e andava dentro di cucchiaio e pane nella polenta, come se non dovesse riempirsi mai.

Era stato reso robusto dalla vita all’aria aperta e dalle corse su per la montagna, e si era fatto le gambe a furia di scappare in salita.

“Lo credo che ho sempre fame: sconto anni di arretrati e di corse” concluse sorridendo e ordino’ a Maria un piatto di pollo, ma con tanto pane di contorno da toccare nella bagna.

La donna arrivo’ col pentolone, da cui di mala grazia gli sbadilo’ due mestoli nel piatto, guardandolo come se volesse dirgli “Mangia e vattene, che qui combini solo guai.”

Essendosi ormai tolto la piu’ grossa, Miclinet inizio’ a rallentare il ritmo con cui aveva mangiato finora, e si guardo’ intorno.

C’era un mercante ben vestito e con un sacco abbastanza morbido appoggiato sulla panca: aveva di sicuro acquistato della canapa tessuta dalle donne delle Fontane, che lavoravano tutto l’inverno al telaio nelle sere di veglia nella stalla.

Questi affaristi di pochi scrupoli approfittavano del primo disgelo e del lungo inverno passato senza vedere soldi per piombare in paese e comprare per pochissimo denaro il lungo lavoro delle donne, rivendendo poi a caro prezzo alle signore di Mondovi le tele tessute e ricamate a mano.
Sua mamma era stata piu’ volte truffata da alcuni di loro, ma non c’era scelta: o prendeva il poco o si rassegnava al nulla.

Piu’ in la’ c’erano due coltellai di Frabosa, che Michele conosceva da anni: erano benestanti, perche’ i coltelli o bene o male servono sempre, e a volte la lama si spezza oppure li perdi nel bosco, per cui volente o nolente li devi ricomprare.
E’ un mestiere orbo, ma devi avere i soldi per cominciare, perche’ ti serve l’attrezzatura, non e’ come fare il contadino, che semini e aspetti.

La’ in fondo, quei tre vestiti bene c’era da scommetterci che erano cavie’ di Stroppo.

Michele odiava quei maledetti che battevano le montagne comprando i capelli delle donne per farne parrucche da signori.

Di solito ci cadevano le vedove, ma pure qualche madre di famiglia numerosa aveva dovuto cedere e vendere i folti capelli che faceva crescere da sempre, in cambio di una manciata di monete.

Le donne sposate di solito non se li facevano tagliare tutti, ma lasciavano una corona lunga attorno al viso, e poi stavano sempre col fazzoletto in testa, anche a letto, sperando che i vicini di casa e il marito non se ne accorgessero.

Se succedeva, cadeva il mondo tra urli e bestemmie, ma nel frattempo loro avevano comprato zucchero, e farina, e sale, e quaderni per i figli.

Adesso che aveva qualche soldo in tasca Michele si rendeva conto di quanta miseria e di quante tasse potessero affliggere le montagne per la miopia del re: prelievi in denaro per il mantenimento dell’esercito e il commercio del sale, prelievi in natura per riscaldare la canonica, la chiesa, la scuola, la mensa dei soldati e insomma non si finiva mai di pagare.

Qualche prelievo comunque lo stava facendo anche lui, ma in direzione contraria.

Sorrise, ma guardando fuori dalla finestra che era accanto al suo tavolo, vide due uomini intabarrati dirigersi verso la locanda.

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Gendarmi.

Inizio’ a frugare in tasca senza mostrare l’agitazione che lo pervadeva, prese il denaro del pranzo, lo depose sul tavolo, ma una moneta ruzzolo’ sotto la panca e mentre lui si chinava a raccoglierla, i due entrarono spalancando la porta.

“ Cerchiamo un uomo per conto di Sua Maesta’ ”

Cercavano lui, lo dava certo come il tramonto a Ovest, ma prima di uscire voleva divertirsi un po’.

“Buongiorno ai gendarmi del re.” – disse versandosi un bicchiere di vino

“Cercate un uomo? Qui siamo povera gente, ma tutti uomini, e veri: donnette non ce n’e’, e quelle che portano davvero la gonnella stanno a casa, perche’ son donne onorate. Chi cercate?”

Guardandolo cosi’ ben vestito e sistemato, i gendarmi lo immaginavano signore o forse mercante, ed erano propensi a credere a quello che diceva.

“Un bandito feroce, che ruba al re e ai dazieri, e ha ucciso tanta gente, lo conoscete? Mamino, si chiama”

“Mamino e’ un cognome di qui, non mi dice niente da solo e quindi non posso aiutarvi”

Nel frattempo Michele si era alzato, avvolgendosi bene nel mantello anche e soprattutto per nascondere il fucile che aveva a tracolla, e si stava avviando alla porta.

‘Ma se mi dite il nome preciso, forse posso provarci” aveva chiosato mentre la apriva per uscire

“Michele. Michele Mamino.”

“Ah, Miclinet! No, signori, io non l’ho visto, ma voi si’, mentre usciva dalla Locanda e vi ossequiava caramente”

Un inchino e poi via, di corsa a perdifiato verso lo Sbornina, per nascondersi accanto alla cava di marmo giallo.

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I gendarmi non erano ancora usciti dalla locanda, quei fessi, che lui era gia’ fuori tiro, scomparso nel nulla.

La taglia aumentava, aumentava, aumentava.

Ma qualcuno non era contento.

Miclinet dava soldi e provviste a tutti gli amici, ma quella taglia era davvero uno straccio rosso davanti agli occhi del toro, e attirava molto.

“Avrei dovuto dare di piu’ a tutti, e coprire meglio le mie tracce. Se solo non avessi tenuto cosi’ tanto a quella povera donna li’ sotto, forse sarei andato lontano e non mi avrebbero preso”

Era vero, ma non serviva ripensarci: Michele andava due volte alla settimana a trovare la madre, di notte, e spesso dormiva al secondo piano della piccola casa di Seccata.

Fu li’ che una notte i gendarmi, guidati da un traditore, lo intrappolarono.

Ci fu una sparatoria violenta e lui scappo’ dal retro, con la madre in spalla, come un sacco.

La porto’ lontano, da alcuni parenti fidati e riprese la sua vita in fuga.

“Certo, mi toglievo delle soddisfazioni, ma i gendarmi del re erano niente rispetto ai francesi che sono venuti dopo” – il suo spirito stava avvampando perche’ ricordava che i francesi tagliavano gli alberi, bruciavano le case, ammazzavano e deportavano la gente senza nemmeno guardarla in faccia.
Dicevano che tutti piemontesi erano briganti e andavano ammazzati.

Anche lui, Miclinet, era diventato spietato: se prima derubava i dazieri e li lasciava andare, adesso li sgozzava sul posto perche’ non portassero a valle informazioni utili alla sua cattura.
“Non erano belle azioni, e adesso so che le ho pagate, ma sul momento non si poteva fare altro”
Lassu’, accanto alla volta delle chiesa, Michele sentiva che quello non era il suo posto, e che avrebbe dovuto andare, ma qualcosa lo stava trattenendo.

Potevano essere le preghiere che si levavano sommesse nell’aria, poteva essere il pianto di sua madre, altrettanto flebile, poteva essere il voler sapere a chi dare la colpa della sua morte.

Ecco, proprio il fatto piu’ recente gli risultava confuso.

Ricordava di essersi recato a casa dei cugini, che si erano sempre mostrati gentili con lui (forse perfino troppo): aveva sempre percepito un che di falso nel loro comportamento cosi’ ossequioso e servile verso di lui, ma forse erano solo giustamente riconoscenti per i regali che elargiva e a farlo dubitare era solo la sua innata diffidenza.

Certo, doveva essere proprio cosi’.

Fatto sta che quella mattina –o almeno, gli pareva che non fosse passato piu’ di un giorno- egli si era recato a casa loro ed era stato trattenuto per pranzo.

La madre dei due fratelli aveva preparato lestamente tanto ben di Dio quanto sarebbe bastato per il pranzo di Natale “Per ringraziarti, Michele, di cio’ che hai fatto per noi in questi mesi”

Si era seduto e aveva mangiato quasi in silenzio, pensieroso, bevendo ripetutamente l’ottimo vino che gli mescevano.

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Gli era parso che i due fratelli non bevessero, ma di certo dovendo andare nel campo dopo pranzo non potevano ubriacarsi, mentre lui una bella ciucca se la poteva anche prendere.

Quando si era alzato, pero’, aveva barcollato sull’uscio, mentre ringraziava, e poi tutto cio’ che adesso ricordava era di aver visto ombre confuse davanti agli occhi, di aver avvertito un gran mal di stomaco mentre si alzava da tavola, e poi un dolore sordo al petto, penetrante, seguito da quattro o cinque altre fitte intollerabili all’addome.
Poi nulla di piu’.

Quel mal di stomaco era sospetto: Michele aveva sentito raccontare tante storie di veleni, durante le veglie nella stalla, e di gente che si sentiva male piano piano e intanto dentro lo stomaco esplodeva e gli intestini si bucavano.

Capi’ adesso che lo avevano avvelenato, e poi magari gli avevano sparato, trascinandolo nel bosco a Friosa, dove un ragazzo che accudiva le mucche lo aveva trovato due ore dopo.

I gendarmi lo avevano visto adagiato contro un albero, crivellato a morte da sei colpi.

Ma eccoli, i due, entrare di soppiatto in chiesa, poi farsi coraggio e avvicinarsi tremando al suo feretro.

Si’, loro: erano stati loro senza dubbio ad avvelenarlo col vino prima e a crivellarlo di colpi poi: ecco perche’ quel ricordo confuso di un gran rimescolio alle budella, da star male fin quasi a morire, e di ferite dolorosissime poi.
I due disgraziati si erano davvero ingegnati bene, per gabbare il bando di cattura, che diceva espressamente che la taglia sarebbe stata consegnata solo a chi avesse potuto dimostrare ‘di aver ucciso in un conflitto a fuoco il feroce bandito Michele Mamino detto Miclinet, delle Fontane’.

Miclinet aveva sempre riso di questo fatto, perche’ sapeva bene che nessun paesano avrebbe mai ingaggiato un conflitto a fuoco con lui, per paura di non sopravvivere.
“Diventero’ centenario” diceva sempre a Dragone.

Al veleno davvero non aveva pensato.

I cugini gli girarono attorno, cercando di non guardarlo in volto, come se avessero timore che improvvisamente si alzasse.

La loro paura arrivava fin lassu’, sotto la volta, la si poteva sentire e quasi toccare, fortissima e acre, incontrollabile.

Miclinet comprese di che cosa esattamente avessero terrore i due cugini: le leggende della valle narrate per spaventare le donnette e i bambini nelle buie notti invernali dicevano che chi era stato ammazzato in modo cosi’ violento e a torto si vendicava facendo uscire il sangue dalle ferite del suo cadavere se l’assassino aveva il coraggio di tornare a vederlo.

Ora Michele sapeva che era soltanto una diceria popolare, perche’ per quanto si sforzasse, non ci riusciva.

Improvvisamente pero’ alle orecchie dei due cugini arrivo’ come un sospiro che nessun altro senti’: fatto sta che caddero in ginocchio, domandando perdono per la loro vigliaccata e rinuciando alla taglia a gran voce, mentre invocavano dal Padreterno -in cambio- un po’ di pace per la loro coscienza.

Miclinet pure aveva sentito il sospiro.

Era stato lui ad emetterlo, e col sospiro aveva trovato vendetta, e quindi pace e riposo.

Silvia, #storytellerdiCuneo

 

 

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