Gusto Mediterraneo

Vi regalo un racconto, perche’ so che a tante (e forse tanti?) di voi piace leggere: parla della mia terra, la Liguria; dei suoi colori, dei profumi e dei gusti, e anche di che cosa vorrei fare da grande, attraverso la descrizione di un viaggio in auto sull’Aurelia, tra Savona e Voltri.

E’ solo un sogno che restera’ nel cassetto, perche’ grande lo sono gia’ (fin troppo), ma e’ bello lo stesso.

“Puoi stare ore a guardare i milioni di specchietti lucenti che si spostano veloci, con disegni sempre diversi, sulla superficie dell’acqua, tentando di indovinare in quale preciso momento si alzera’ la prossima raffica e fin dove arrivera’ , modellando al suo passaggio piccole creste e sorprendenti zone di piatto: una soleggiata mattina di tramontana a dicembre e’ cosi’ ed e’ probabilmente la situazione migliore per apprezzare la Liguria, con le montagne dai nitidi ed aspri profili che si tuffano in un mare incredibile.

I milanesi ed i torinesi di passaggio ti guardano con aria preoccupata, bisbigliando “C’e’ vento”, ma col tono di chi teme il diffondersi di una malattia grave e spaventosa.

Il ligure, assuefatto nei geni da secoli di marineria, il vento lo filtra, nel senso che se non e’ proprio tempesta, manco se ne accorge, mentre se non tira un filo d’ aria, allora si’ che comincia a preoccuparsi, perche’ in questi casi o e’ pioggia o e’ macaja, l’orrenda macaja, con i monti che fermano l’aria umida a stagnare sopra la testa, al punto che anche a dicembre per strada si suda anche solo a star fermi.

Le brave massaie di una volta, quelle che facevano il bucato a mano dopo un bell’ammollo nel turchinetto, perche’ fosse piu’ candido, sanno che con la macaja non si lava e non si stende, perche’ “ nu scüga”, e la roba poi sa “de schifiu”, o peggio: “de refrescümme”.

Termini intraducibili ed inesplicabili: per averne un’idea bisogna lavare un panno, lasciarlo appallottolato per giorni in un luogo umido e non arieggiato e poi annusarlo, e questo e’ davvero l’unico modo per capire di che cosa si tratti.

Ma una bella tramontana sostenuta, quella si’ che pulisce l’aria, e puo’ arrivare a nebulizzare l’acqua del mare e a sollevarla in piccole nuvole bianche, mentre il colore alterna mille sfumature di blu alle piu’ incredibili pennellate d’ oro: e’ il miracolo del soffio da nord, sicuramente il piu’ gelido ed il piu’ secco vento di Liguria, che ti sferza a rasoio e lucida colori e contorni, cosi’ che le montagne ti par di toccarle e i paesini e le chiesette appesi ai versanti sembrano li’ a centro metri da te.

Allora da Varazze vedi ad est la Valle d’Aveto innevata e le Apuane, mentre se sali sul Beigua, e’ come essere in cielo: hai davanti Gorgona, Capraia, il “dito“ della Corsica e il Monte Cinto che spunta col suo cappuccio invernale, mentre ai tuoi piedi serpeggia l’antica strada dei Romani, la nobile Aurelia, che si snoda ad Est e ad Ovest, sottolineando da un lato Genova con la lanterna e tutta la costa oltre Portofino, giu’ giu’ fino ai confini della Toscana, dall’altro il Savonese, Capo Noli ed oltre.

E ancora, a Nord-Ovest scorgi la splendida chiostra delle cime monregalesi ed a Nord le colline del Gavi e il monte Tobbio.

Il mare, col sereno, ha il colore prezioso degli sfondi bizantini, ma se passa una nuvola si tinge di viola, come un bordeaux ben invecchiato.

Il turista estivo e frettoloso, schiacciato dal caldo verticale e denso ed impegnato a procurarsi la piu’ uniforme e quasi integrale delle tintarelle, queste cose non le sa e non le vede, cosi’ come non distingue, nell’immenso vociare del piccolo centro storico marino sovraffollato, i brandelli rimasti di dialetto locale; certo non sente quest’aria gelida che entra da una manica del piumino ed esce dall’altra, ne’ indovina che mettendosi a ridosso, della tramontana si puo’ godere anche il tepore.

Non lo sa ma si perde molto, ma molto davvero.

Piu’ o meno questi erano i pensieri che le occupavano la mente quella mattina, di dicembre, appunto, mentre era seduta  al tavolino del suo locale preferito nelle nuova, magnifica struttura del porticciolo turistico di Varazze, davanti ad un caffe’ e un pezzo di focaccia.

Il suo locale preferito… ad esser precisi, il suo ex locale preferito, perche’ adesso, da poco piu’ di un anno, il suo locale preferito… era il suo!

Si compiacque al gioco mentale di parole che girava attorno a questa cosi’ corta, ma importante parola: suo.

E “Gusto mediterraneo” era davvero suo nel senso piu’ completo del termine, in quanto l’aveva pensato e sudato in ogni particolare, perche’ riassumesse una filosofia di vita, un’attitudine di pensiero, piu’ che rappresentare un semplice luogo di ristoro.

Era una piccola monade di atmosfera marina fatta di luci, colori, sapori e sentimenti trapiantata tra i monti del Monregalese, dove lei abitava cosi’ volentieri da anni, ma era anche una piccola sfida lanciata alla stupenda cucina del cuneese, tanto ricca e saporita.

Soprattutto pero’ era la risposta vincente a quanti le avevano detto che non ci si improvvisa in certi campi, per quanta voglia di fare si abbia: l’ottimismo, l’impegno, la determinazione e l’idea di sapere esattamente che cosa voler creare, avevano alla fine decretato il decollo del locale aperto si’ da neofita, ma con tanta passione.

Quella mattina comunque si era presa una vacanza da quel luogo tanto famelico di attenzioni e cure quanto generoso di soddisfazioni, concedendosi del tempo per se’ e per delle urgentissime commissioni in Liguria: impellenti, necessarie, improrogabili.

Ma, appena messo il paraurti anteriore sul soleggiato versante marino, niente le era sembrato prioritario come una belle colazione ligure a due passi dal mare!

Di piu’: arrivata a Savona era uscita dall’autostrada, perche’ in una giornata cosi’ il percorso tortuoso della via Aurelia verso Varazze, che si snoda seguendo il profilo della costa rocciosa, e’ ancora piu’ bello e, se non hai fretta, e’ un’ immersione al cento per cento nel paesaggio e nei borghi rivieraschi.

Proprio in questo tratto si trova uno dei rettilinei del Savonese (non sono poi cosi’ tanti), tra Albisola Capo e Celle Ligure, in cui il mare e’ piu’ aperto e se passi in moto a volte gli spruzzi ti lavano, seguito a breve distanza da un susseguirsi di tornanti, modellati non solo a strettissime esse, ma anche a sali e scendi.

Un paio di gelide gole veicolano giu’ dalla dorsale dei monti, trecentosessantacinque giorni all’anno, un’ arietta che non ti dico, da far venire i brividi anche nell’afa di luglio.

Il bello e’ che in fondo alle gole, sulla riva del mare, ci sono due minuscole spiaggette, dove – passando al mattino presto in estate- a volte trovi dei viaggiatori addormentati o ibernati – non e’ chiaro – nel sacco a pelo, che proprio ti chiedi come abbiano fatto a sopravvivere la notte.

Mistero.

La domanda era destinata anche stavolta a restar senza risposta, perche’ nel volger di un attimo apparve a distrarla, ancora piu’ bello del solito, l’arco quasi perfetto di litorale che abbraccia l’abitato varazzino: l’Aurelia sottolinea a pochi metri dalla battigia il profilo del golfo dell’antica Ad Navalia, e seguendo con lo sguardo l’andamento della costa si capisce perche’ qui, piu’ che altrove, si sia sviluppata l’antica arte della marineria, che tanti capitani di mare e tanti intraprendenti corsari ha consegnato nei secoli alla storia, per non parlare dei maestri d’ascia, che nel lontano 1200 andarono da Varazze in Francia, per insegnare al re come si faceva a costruire una flotta.

Al blu della marina fanno da sfondo la balconata del Beigua e la collina della Guardia, che apparivano quel giorno belli e nitidi come non mai, sotto un cielo di lapislazzuli.

Oltre Appennino, gia’ all’alba il tempo era orrendo: non lassu’ dove abitava lei, beninteso, perche’ a mille metri di quota, uno scintillante –anche se gelido- sole era sorto a far risplendere di minuscoli brillanti la neve fresca, ma giu’, a fondovalle, dove uno spesso, freddo ed umido frullato di nebbia e brina glassava ogni cosa.

Aveva sempre trovato angosciante il clima “di pianura”: passi dalla calura foschiosa estiva, bagnata ed intollerabile, al gelo umidiccio della nebbia invernale… da gia’ fastidio a tuffarcisi dentro scendendo dalle cime, figuriamoci a viverci!

Pero’, passato lo spartiacque con la Liguria, l’aveva accolta il sereno: le nuvole erano rimaste tutte li’, appiccicate ai monti, per fortuna sul versante nord.

Questione di vento, di tramontana, appunto, di garo, come lo chiamano a Varazze.

Una volta si era trovata a parlar di vento, e di direzione del vento, con degli amici lombardi, ma aveva dovuto desistere, perche’ tra libeccio e scirocco proprio non si orientavano, ma neppure in una piu’ semplice suddivisione tra vento di mare e brezza di monte mostravano di trovarsi a proprio agio.

Aveva provato a spiegare che quella sera stava soffiando uno scirocco sostenuto, in aumento dal mattino, e che si vedevano arrivare le nuvole, basse ed umide, percio’ facilmente il giorno dopo sarebbe stato brutto, a meno che il vento, pur sempre di mare, non si fosse girato a libeccio, caso nel quale le onde sarebbero aumentate enormemente, ma il cielo sarebbe stato terso, limpido e secco.

In realta’- aveva aggiunto, con un pizzico di iroico sadismo- il libeccio, umido in altre zone d’Italia, in quella parte di costa, protetta da una delle cime piu’ alte dell’Appennino Ligure, spesso e’ solo un maestrale deviato da nord-ovest a sud-ovest, quindi piuttosto secco….

Mai cacciarsi in un discorso del genere, e tentar di spiegare che ci sono zone del mondo con un particolare microclima, dato dalla conformazione del territorio – come e’ il caso della Liguria, stretta tra il Mediterraneo e le montagne – che sfuggono alle regole delle macro previsioni fatte su scala nazionale!

Gli amici l’avevano guardata come se fosse tutta e solo colpa sua, novella Cassandra con il potere non solo di prevedere cose funeste, ma di rovinare e modificare le previsioni altrui, ed avevano commentato: “ Ue’, cosa dici… ma come, viene brutto? Le previsioni han dato bello…. Noooo, brutto nooo, per favore, che devo prendere il sole! “

Sorrise di nuovo, tuffando la focaccia nel caffe’, per gustare quel mix dolce e salato che a non tutti piace, ma a lei si’.

Eh, la focaccia ligure… ecco l’unica cosa che mancava davvero in Piemonte, gastronomicamente parlando.

Per parafrasare una pubblicita’, al di la’ di imponderabili segreti della panificazione, “sara’ l’aria, sara’ l’acqua…” non si capisce come, ma basta scollinare, e la focaccia non e’ piu’ lei: in molti casi diventa un “ focaccione “ alto due dita, che e’ piu’ un pane col sale sopra, che una prelibatezza.

Fragrante, invece, unta al punto giusto, appetitosa, croccante sul bordo e soffice in centro, la ligure rappresenta da sempre la colazione rivierasca, lo spuntino, il tappafame e, purtroppo, anche un suo piccolo insuccesso personale giacche’ – a dispetto delle varie ricette e di dozzine di tentativi- pur ottenendo risultati non spiacevoli, la focaccia classica  de Zena, proprio uguale, non era ancora riuscita a riprodurla.

Buona, ottima, quasi uguale si’, ma quel quasi e’ proprio la differenza che passa tra un buon panettiere ligure ed un ottimo ristoratore del resto del mondo.

In ogni caso “Gusto Mediterraneo” era un locale dove si mangiava bene, e non pativa per questa mancanza: era solo un rovello suo personale, quello di provare fin che non ci fosse riuscita, una ennesima prova di testardaggine, forse.

Il rumore delle sartie sbattute dal vento la richiamo’ al presente: un nugolo di gabbiani stava appollaiato sul tetto della cabina di un peschereccio e a volare, con quel vento, non ci pensava proprio.

Un solo temerario si librava in alto e, senza battiti d’ali, compiva incredibili evoluzioni, sfruttando le correnti e restando a tratti immobile, controvento, a sfidare -lui, re del mare- il re dei venti.

Non era a caccia, stava semplicemente giocando, ed improvvisamente emise una serie di grida acutissime, seguite dall’aspro ripetersi del suo verso, un po’ come fanno i bambini alle giostre.

Quella voce lei l’ aveva sentita mille volte, da Capo Nord alla Grecia, in Corsica, a Capraia, nel Portogallo assolato e perfino sulla spiaggia giapponese di Enoshima, ma sempre, associate al sole, le urla dei gabbiani le avevano ricordato il Mediterraneo, la Liguria, il basilico, le acciughe marinate nel vino bianco, l’aglio, i pinoli, i limoni, l’odore del mare.

Mentre si alzava per dirigersi alla macchina, penso’ a quanta fatica, fisica, monetaria e psicologica, le fosse costato aprire proprio quel piccolo ristorante, nel quale dare corpo a tutte queste sensazioni: l’idea era quella di un’ambientazione chic, ma semplice, che unisse il senso del mare e del sole alla lineare luminosita’ dello stile di arredo scandinavo.

Aveva cercato di evitare tutto cio’ che apparisse troppo pittoresco, perche’ per evocare il mare non servono obbligatoriamente reti da pesca appese alle pareti e grosse conchiglie, o pesanti mobili in mogano e ottone con bandiere colorate, che recitano lettere in un alfabeto sconosciuto ai piu’: quello e’ piu’ che altro folklore.

Al contrario, il chiaro dei tavolini a listoni di betulla, sostenuti dall’alluminio satinato, che allude alle sartie ed agli alberi delle vele, bastava da solo a ricordare il legno sbiancato dal sole e dai flutti, cosi’ come l’ardesia delle mensole dell’angolo bar rimandava agli scogli neri modellati dalle onde, ed il tutto era unito dai colori dei tessuti, che mescolavano il blu del mare all’orizzonte al turchese delle baie piu’ nascoste.

I muri ruvidi alternavano il bianco a toni delicati di azzurro, mentre qua e la’ rustiche terracotte avevano il caldo colore della ginestra.

L’illuminazione, garbata e non invasiva, faceva il resto, assieme alla musica di sottofondo, sempre presente e scelta con cura, passando dai suoni della costa alle canzoni dell’ eterno De Andre’ ed ai canti della Corsica.

Gusto Mediterraneo era un luogo per gustare, appunto, il sapore del mare, che non e’ solo fatto di pesce, ma anche di erbe, uve e mieli di macchia, ascoltando magari buona musica e perfino leggendo qualcosa.

Un angolo con divanetti era rivestito con una leggera boiserie, in betulla ed alluminio, naturalmente, nella quale aveva radunato i libri che negli anni l’avevano colpita, di gastronomia, costume, viaggi, tradizioni, musiche liguri e mediterranee.

Tutti questi pensieri si arrestarono di colpo all’estremita’ est della cittadina: li’ l’Aurelia, leggermente modificata rispetto al tracciato pensato dai Romani, saliva morbidamente, facendo quasi da tetto ad uno degli storici locali sulla spiaggia della fine degli anni ’50: ristorante, dancing e stabilimento balneare con cabine in muratura, corredate di balcone ed interfono per chiamare il cameriere, era nato come luogo chic per la bella vita di allora, quando spensierate signore dai colorati foulards scendevano da rombanti spider, per godersi il sole, la spiaggia e sicuramente molto altro, con notevole privacy e molto lusso, ma anche con quella classe e quel buon gusto che oggi si e’ trovato comodo decretar fuori moda, perche’ intanto scarseggiano.

Forse pensando a tutto questo, se ne rendeva conto adesso, aveva decorato il suo locale con foto anni 50, in bianco e nero, della Riviera, della Costa Azzurra e della Grecia, alternandole a colorati acquarelli.

Salendo verso i Piani d’Invrea, si arresto’ quasi subito davanti ad un palazzo, scese, entro’ nel portone, sali’ in casa.

Non aveva niente da fare, nulla da prendere dagli armadi o da depositare, ma voleva semplicemente uscire sul terrazzo e guardare dall’alto tutto quell’azzurro: dal balcone si vedevano solo il mare, la spiaggia, il vecchio molo di attracco di Villa Araba e l’Aurelia, naturalmente.

Le era sempre piaciuto, oltre alla posizione della casa, il fatto di abitare sulla via Aurelia, una strada che veniva da molto lontano, perche’ sentiva di far parte, per cosi’ dire, di un progetto unitario piu’ grande, fatto da qualcuno duemila anni fa con una lungimiranza che ancora sopravviveva.

Non sapeva se la gente capisse questo ragionamento; magari era un po’ come i suoi discorsi sul vento, che lasciavano esterrefatto l’interlocutore, ma non gliene importava un bel nulla, francamente!

L’Antica Signora Romana in quella zona ha una sorella minore molto bella: un tratto di alcuni chilometri di passeggiata solo pedonale che, ricalcando il vecchio tracciato della ferrovia, consente di fare lo stesso percorso dell’Aurelia, ma in piano, a 20 metri dal mare, in uno dei tratti di costa piu’ belli del Ponente (l’altro, pensava lei, e’ tra Noli e Finale).

Qui, tra Varazze, i Piani d’Invrea e Cogoleto, perfino l’urbanizzazione selvaggia degli anni ‘70 si e’ messa dei limiti e la macchia mediterranea e’ ancora abbastanza integra: certo non e’ cosi’ selvaggia come presso il Desert des Agriates della Corsica, o nell’incantevole Capraia, dove senti l’odore  del “maquis” fin dentro la macchina, ma oleandri, pini marittimi e finocchio selvatico fanno comunque la loro bella figura, ed e’ tutto uno splendore.

Quei profumi, pensava scendendo dalle scale per risalire in auto, le pareva ancora di avvertirli; la memoria seppellisce, ma non cancella, e niente si ricorda come gli odori, anche a distanza di anni.

I sentori di macchia, uniti al sole ed al mare, erano gli stessi che l’avevano stregata anche in Grecia, nel tragitto tra Atene e Capo Sunio: i fiori gialli, le erbe aromatiche agitate dal vento, il mare blu come solo il mare puo’ essere, quell’incredibile tempio di Poseidone che ancora dopo millenni si erge la’ in alto a sfidare il tempo, erano un’altra delle sensazioni che aveva cercato di riprodurre in “Gusto Mediterraneo”.

Una volta, seduta nell’unico ristorante di Capo Sunio –e chiamarlo ristorante era forse perfino troppo- a pochi passi dalla battigia, aveva capito che se una semplice insalata greca le sembrava cosi’ buona, non era solo merito delle olive, del formaggio e dei pomodori con origano e menta, ma di tutto il contorno, olfattivo e visivo, che l’accompagnava.

Del resto, dopo circa trenta estati passate nella casa di Varazze, le era chiaro come fosse meglio un semplice pezzo di focaccia, gustato in totale relax in terrazza, che non un elaborato pranzo completo consumato frettolosamente in cucina.

I clienti di “Gusto Mediterraneo”, che erano ormai quasi tutti habitués, gente capitata li’ per curiosita’ e tornati per interesse, ed apprezzavano questa filosofia.

In particolare gradivano il servizio curato e senza fretta eccessiva, unito alla possibilita’ di degustare ogni volta cose nuove e di poter scegliere anche solo un piatto: la sua idea era stata infatti di creare un locale dove le persone si ritrovassero per stare insieme o per riflettere da sole, per apprezzare sapori ed abbinamenti, senza dover per questo abbuffarsi.

Insomma, oggigiorno si mangia anche troppo, aveva sempre pensato, per cui al bando i pranzi con quindici portate, e che benvenuta fosse una selezione stuzzicante di sapori, colori e profumi in cui signoreggiassero il basilico, la menta, le erbe di stagione, i formaggi di capra e pecora, il pesce, le buone cose fatte in casa, che la fretta spesso non lascia piu confezionare, in casa!

Lungo il tortuoso saliscendi dell’Aurelia tra i Piani d’Invrea ed Arenzano, tutto un sali verso Invrea, scendi ai Piani di S.Giacomo, percorri l’arco di spiaggia di Cogoleto e risali a tornanti per la Colletta, pensava proprio a quello, alla scommessa che era stata proporre un semplice minestrone dai mille sapori, una torta di “gee” alla maniera rivierasca, una focaccia “di Recco” al formaggio, un polpettone di fagiolini o una selezione di ripieni di verdura, una farinata di ceci fumante o un ghiotto castagnaccio.

La cucina ligure e’ semplice, ma saporita, come i Liguri che spesso nascondono arguzia e sagacita’ sotto una scorza poco affettata e mondana, pero’ in molti casi si e’ persa la capacita’ manuale di riprodurla senza troppe contaminazioni.

Sono ottime le troffie col pesto, ma se questo e’ di “barattolo”, comprato al supermercato, non si stancava mai di ripetere a tutti, il gusto non e’ lo stesso, perche’ l’aroma non e’ fresco, e perche’ per il pesto ligure ci vuole il basilico ligure, di Pra o al massimo di Albenga.

Aveva fatto una prova col basilico monregalese: la foglia grande, verde piu’ scuro, e’ buona, saporita, ma ahime’ indissolubilmente incrociata con la menta , ed il risultato non e’ proprio quello sperato.

E le torte di verdura, che l’inventiva delle nonne delle nostre nonne ha creato plasmandole con ingredienti poveri e facendo di necessita’ virtu’, si possono forse confezionare con la pasta sfoglia pronta e surgelata?

Non scherziamo: la sfoglia s’e’ sempre fatta in casa, fresca, e deve sapere di olio d’oliva, da che mondo e’ mondo, non di burro o margarina, perche’ i vôle au vent e la Pasqualina non sono propriamente la stessa cosa.

Le torte salate all’antica erano davvero il successo del locale: andava a ruba letteralmente la semplice torta di “gee”, fatta solo di bietole tagliate a crudo e appena condite con sale, olio e farina, coperte di prescinzeua e racchiuse in un involucro di pasta.

Piaceva perche’ era semplice, ma aromatica, grazie al gusto del formaggio, una via di mezzo tra la ricotta e lo yogurt greco.

Con la stessa sfoglia, poi, si gustavano la focaccia al formaggio, la torta Pasqualina, quella di cipolle e quella di riso, esaltate dal fresco e leggermente aspro sapore del Vermentino e del Pigato.

Era fondamentale la scelta dei vini: le era capitato a volte di frequentare locali ove si offriva sempre e comunque una buona, anzi ottima cucina legata al territorio, che pero’ scivolava talvolta clamorosamente sul vino proposto, in certi casi nemmeno di una zona limitrofa.

Sono i particolari che danno l’eleganza, pensava, e quindi vanno curati tanto i piatti quanto gli abbinamenti… per dire, nessuno servirebbe mai un pandolce genovese con la panna, pero’ uno strudel si’!

Spesso questa lunga porzione di strada tra Savona e Vesima, che stava giusto raggiungendo, le aveva ricordato la Corniche tra Montecarlo e Mentone: un luogo non per le corse rallistiche, per quanto piacevole per la guida, ma per gustare la vicinanza col mare, senza fretta.

E’ un tratto ancora parzialmente selvaggio della Riviera, per quanto incredibilmente a ridosso di Genova, di quella Grande Genova, urbanizzata e caotica, che nell’ultimo decennio si e’ fortunatamente riappropriata del proprio Porto Antico e della sua identita’ di antica repubblica marinara, crogiolo di culture.

In un angolo riparato una mimosa era gia’ fiorita, in barba alla stagione, e recava un presagio di primavera perenne.

Ulivi, mimose, ginestre di Liguria… le venne in mente una delle iniziative di cui andava piu’ fiera, cioe’ la serata mensile, durante la quale al ristorante si parlava di poesia, di letteratura, di architettura e di musica dell’area mediterranea, si proponevano brani di classici e novita’ di piccole e grandi case editrici.

Partita in sordina, e con molta umilta’, la serata aveva sortito subito buon esito, segno di voglia di evasione, di novita’ e di cultura.

Perfino la volta che si erano letti, tradotti e commentati, alcuni sonetti latini che parlavano della costa mediterranea e delle vacanze nelle sue dolci ville, accompagnate da canti e banchetti, c’era stato un riscontro al di la’ delle aspettative.

Era la prova che il gusto mediterraneo esisteva ed era qualcosa di piu’ di una semplice ricerca di cibo: era un modo di essere e di pensare, qualcosa che lei, per fortuna, aveva scoperto dentro di se’, e che avrebbe sempre portato appresso, dovunque abitasse o si trasferisse in futuro.

In quel momento ebbe quello che le apparve come il pensiero piu’ felice della giornata: capire che cosa si ha dentro e quali sono le proprie origini, intuire l’imprinting e lasciarlo scorrere, e’ una cosa che da giovani non si afferra facilmente.

Ci vuole tempo, perche’ bisogna imparare a conoscersi, come si puo’ fare soltanto dopo molto anni di vita insieme a se stessi, e questo e’ sicuramente il lato buono dell’invecchiare!

Ancora una volta sorrise: quella mattinata in liberta’ l’aveva aiutata a capire la ragione di cio’ che stava facendo, ed era un po’ come scoprire il filo conduttore della propria vita.

Li’, alle porte di Genova, era chiarissimo che le scelte fatte erano quelle giuste, al momento, ed il suo buonumore si era rinnovato, tanto che, anche sul versante dell’invecchiare, la situazione non le appariva poi cosi’ tragica … le soddisfazioni personali attutivano il colpo e l’immagine, solare e radiosa, che le rimandava riflessa lo specchietto retrovisore, faceva sicuramente il resto”

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