FRABOSA SOPRANA – L’EPOPEA DI UNA SEGGIOVIA FATTA A MANO

 

Questo articolo e’ stato da me pubblicato anche su funivie.org, e ve lo ripropongo con piacere.

Nel 1948, sessantacinque anni fa, e’ nata a Frabosa Soprana (CN) quella che e’ stata per parecchi anni la seggiovia piu’ lunga d’Europa – ho raccolto la testimonianza della sua epica costruzione direttamente dal suo primo macchinista, nel novembre 2008.

Un piacere ascoltare, un onore esser l’unica a cui e’ stato raccontato tutto perche’ venisse tramandato per iscritto, una soddisfazione fissare questi ricordi nero su bianco e raccogliere le fotografie.

QUI
tante foto della Frabosa dell’epoca, tratte dal mio album su Facebook.

E adesso, in silenzio, ascoltiamo i fatti.

“E’ una sera di novembre e sono seduta attorno al grande tavolo della cucina dell’Albergo Edelweiss a Frabosa Soprana, in mezzo a Frabosani Doc e ad altri di adozione.
Due signori gia’ “di età”, ma decisamente pimpanti, se la stanno raccontando, in dialetto stretto, dei bei tempi passati e di quando Frabosa decise di promuoversi e diventare una stazione sciistica “moderna”, cioe’ dotata di impianti di risalita.
Noi altri “piu’ giovani” –tutto e’ relativo!- stiamo cercando di non perdere il filo, ma non e’ facilissimo, perche’ parlano entrambi contemporaneamente con grande eccitazione.
Eppure siamo tutti qui per ascoltare il racconto degli epici inizi della stazione sciistica, percio’ supplichiamo per un po’ di ordine.
Per non mettere in soggezione nessuno, non uso il registratore: spero mi bastino carta e penna.
“Parla ti!” dice Vincenzo Bertolino
“No, parla ti!” – ribatte il suo amico Bruno Liprandi, l’albergatore che ci ospita.
E alla fine Vincenzo non si fa pregare: sorride, nasconde per un istante il viso con una mano, come per timidezza, tenta di incassare la testa tra le spalle, e poi incomincia: e’ del 1925, ed e’ stato il primo macchinista della storica seggiovia di Monte Moro, ma e’ anche giovanile, simpatico e brillante, ricorda alla perfezione tutto di quegli anni, e ne parla con incredibile entusiasmo, come se si trattasse di raccontare dell’incontro con la donna della sua vita… e tra parentesi c’e’ anche questo, nella storia.
“La seggiovia era bella… e poi non ce n’erano mica tante in Piemonte… la ditta Marchisio, che l’ha costruita, nel 1948 ne ha impiantate tre: a Limone Piemonte sulla pista del Cross, a Clavière sui Monti della Luna e qui da noi, solo che la nostra era la piu’ lunga e la piu’ bella di tutte, anzi la piu’ lunga d’Europa.
L’idea l’hanno avuta un po’ tutti i Frabosani e gli albergatori insieme a Genio Bonicco (Eugenio, n.d.r.), che era squadra con Zeno Colo’, ed e’ stato alle Olimpiadi di St.Moritz, e aveva visto le stazioni moderne.
Lui andava forte: non come Colo’, perche’ mi ha raccontato che la volta che e’ andato piu’ forte Zeno gli ha comunque dato 5 secondi, ma andava forte, era nei primi 6 della squadra, e diceva che ci voleva la seggiovia.
I soldi -eravamo nel ‘48 e ce n’erano pochi- ce li ha messi la famiglia Tomatis, originaria di Magliano Alpi, titolare della Benese Autolinee, e ci son voluti 25.000.000 di lire per fare l’impianto.
Il tracciato l’ ha fatto Genio, che era l’unico che capiva qualcosa davvero di seggiovie e ne aveva viste: e’ salito lungo la diretta del Moro a tagliare gli alberi, e li’ noi abbiamo messo su i pali.
La Societa’ proprietaria della seggiovia si chiamava SICAV e gestiva anche la Grotta di Bossea: amministratore era il dott. Chiesa, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, mentre il Sig. Tomatis era il presidente, e poi c’era il cav. Loser, che aveva fatto tanto per Frabosa, ma purtroppo e’ morto subito nel 1949.
Al suo posto, come dirigente responsabile, e’ entrato un mio parente, Giuseppe Bertolino.
Abbiamo cominciato il 9 settembre del 1948 e, siccome nell’autunno non e’ nevicato, abbiamo lavorato sempre come muli e si e’ collaudata presto, perche’ poi l’abbiamo inaugurata il 19 dicembre 1948 e il 24, alla Vigilia, ha cominciato a funzionare, per Natale.”
Gli brillano gli occhi: e’ commosso e fierissimo che abbiamo interpellato lui, e proprio lui, come “memoria storica” dell’impresa.
“La struttura in cemento armato di sostegno e l’orditura in legno della copertura le ha fatte Giovanni Liprandi, detto Giuanin D’ Ganote –a Frabosa tutti hanno un soprannome, n.d.r.- che era carpentiere capo, insieme a Giuanin e Pinotu D’ Delaide, che erano di Alma Ressia.
I pali sono stati duri da portar su, e li abbiamo trascinati a mano, tutti quanti.
Il motore nel 1948 era in basso per fortuna, ma la cosa piu’ difficile e’ stata far arrivare la grande ruota su a 1700 metri, perche’ la strada di Prato Nevoso non c’era: e’ salita su per la diretta, tirata, come al solito, a spalla da tutti noi, che poi ci fermavamo a bere alla fontana della Milizia.”
Fa una pausa, Bertolino, perche’ e’ uno che parla con tanta gente, e lo sa quando una pausa e’ di effetto davvero!
E qui, nel mezzo di un’impresa titanica da Signore degli Anelli, una pausa ci sta, eccome.
“Per portar su la sabbia non andava male, perche’ arrivava fino ai Lanza con il camion e poi la portavano coi muli Mario Caramello, insieme a I Brusa , al papa’ di Francesco Bergonzo, a Giuseppe Ramondetti e a Bertolino Ninu, il papa’ di Guido , ma il cemento ce lo mettevamo noi in spalla al mattino.
Avevamo un trattore con un verricello e 150 metri di cavo per farlo salire: ogni giorno si andava piu’ su, poi si lasciava li’ il trattore e la sera si scendeva a piedi, cosi’ la mattina dopo di buonora ci si metteva in spalla un sacco da 50 kg di cemento a testa e si saliva a piedi fino al trattore, per cominciare a lavorare.
A semplificare il lavoro c’era poi un altro trattore della ditta Cervella di Mondovi’ e due buoi del Biondo della Lama e il bue di un mezzadro del parroco, che si chiamava Felice Gastone ed era il papa’ di Beppe, quel maestro di sci, poverino, che poi e’ morto sotto la valanga.”
Lo guardiamo tutti come un superuomo per la sua memoria… lui sorride e continua:
“Mario Siccardi D’ Salieri, poi, era un toro: una volta gli han messo in spalla 3 quintali di cemento e li ha portati su da solo.
E la corda? La corda l’han tirata su a mano un po’ tutti, duecento persone almeno, che il Parroco Don Botto aveva invitate durante la messa, e poi andava a fermarne delle altre per strada, perche’ era un lavoro duro.
Abbiamo montato per ultimi i 94 seggiolini.
Alla fine tutto era pronto, e avevamo fatto anche un punto in cui il cavo a salire era ribassato e passava vicino ad un assito: era su all’arrivo dello skilift Rododendro (che e’ venuto dopo, n.d.r., ed arrivava all’attaccatura dei pini della cima), perche’ mica tutti aveva coraggio per fare tutta la discesa, e si fermavano piu’ sotto.
Si chiamava stazione intermedia e li’ due volte e’ scarrucolato il cavo, negli anni, perche’ la gente si buttava giu’ male dal seggiolino.
Poi tutto era pronto, e si son cercati gli operai per il funzionamento”
Un guizzo negli occhi, e capiamo subito che sta per darci una notizia importante.
“Io abitavo a Sottana, ed avevo la patente per i camion, e non erano in tanti ad averla in quel periodo, quindi era fuori discussione: ero proprio titolato a fare il macchinista!
Insieme a me lavoravano Valerio Scarrone (che e’ ancora un arzillo novantatreenne, n.d.r.) e Pierino Siccardi, detto Nebbia.
Nebbia e’ poi stato sostituito da Pietro Roattino, detto Fifri, perche’ il tecnico torinese che aveva messo su la seggiovia si era trasferito in Bolivia a montare impianti e aveva fatto andare giu’ anche Nebbia, che per cinque o sei anni ha lavorato la’, e insieme cercavano anche l’oro.
Quando e’ tornato, Pierino Nebbia si e’ sposato, ha avuto tre figli ed ha abitato all’Alma, ma e’ morto a Prato Nevoso.
Il primo bigliettaio e’ stato Pietro Rulfi, cioe’ Piero del Bossea, poi sostituito tra il ’54 e il ‘59 da Domenico Rulfi, che era studente di Medicina (ed ora e’ il dott. Rulfi, cui va un caldo ringraziamento per aver letto e confermato quanto scritto in questa intervista, n.d.r.), e lavorava alla biglietteria nei fine settimana in inverno, durante le festivita’ natalizie e poi tutti i giorni in estate, da luglio a settembre.
Comunque alla fine era tutto pronto, anche il Bar della Seggiovia, che era gestito dagli stessi del Bar Aragno di Mondovi, e si e’ fatta l’inaugurazione il 19 dicembre.
Erano presenti i Sindaci di Frabosa Soprana e Sottana, Don Botto per la benedizione e Miss Sorriso, che era una signorina di Savona, insieme a Miss Valligiana, Ida Bottero.
Il biglietto di sola salita costava 280 lire normale e 250 lire ridotto, la discesa costava sempre 150 e l’andata e ritorno 380 lire normale e 350 ridotta.”
Restiamo tutti in silenzio, storditi da questo resoconto d’altri tempi.
Poi la storia riprende, perche’ Vincenzo ha ancora molto da raccontare, e c’e’ in particolare qualcosa che gli sta a cuore.
“Nel 1950 abbiamo iniziato la costruzione della Baita delle Stelle, in cima, portando su il materiale con la seggiovia, e ci abbiamo poi lavorato tutti noi addetti all’ impianto.
Ci son voluti 2 anni, ma alla fine era proprio bello il locale, con tanto di doppie finestre panoramiche e terrazza per prendere il sole, e fu dato in gestione a Francesco De Negri che gestiva adesso anche il bar della Seggiovia, in basso, grazie alla collaborazione di sua sorella Maddalena.”
Si avverte una particolare commozione, ma ancora non indoviniamo il perche’.
“Alla Baita delle Stelle nel ’53 ho conosciuto mia moglie, che faceva la cameriera lassu’, ci siamo sposati nel ’56 e mia figlia Patrizia e’ nata a luglio del ’62 e adesso ha due figli, mentre mia moglie, poverina, e’ morta a 67 anni.”
E’ un momento difficile in cui nessuno sa cosa dire, ma e’ lo stesso Vincenzo che si riprende e chiede:
“Cosa posso raccontarvi ancora?
Le piste si battevano a piedi, perche’ i gatti sono comparsi solo nel 1968-69: la squadra dei battipista procedeva a scaletta, come facevano i militari, agli ordini del capo, che era Virginio Bottero.
Per andare a soccorrere gli infortunati si caricava il toboga su un seggiolino, e ci voleva del tempo prima di intervenire, perche’ la salita durava 20 minuti.
Incidenti non ce ne sono mai stati, per fortuna, ma a pieno carico a volte il cavo slittava sulla ruota a valle, perche’ il motore era in basso e anziche’ tirare doveva spingere.
A Clavière per lo stesso motivo era successo un incidente mortale, e il capo macchinista era finito nei guai, percio’ io quando c’era tanta gente facevo passare anche dei seggiolini vuoti, per alleggerire il carico, anche se e’ chiaro che erano soldi che la societa’ perdeva, perche’ quei biglietti di salita non si incassavano.
Quest’ operazione non era ben vista, ma credo abbia salvato tutti da un sacco di grane.
E comunque alla fine degli anni ’50, in un’estate in cui al Prel avevano messo su il tiro al piattello, ne abbiamo portata di gente! E’ stato un incasso enorme.
Si lavorava piu’ in estate che in inverno, perche’ la strada per salire al Prel ed alla Balma non c’era (e’ nata con Artesina, nel 1964 e seguenti, n.d.r.) e con la seggiovia potevano andar su tutti: ricordo incassi di 700.000 lire, anche 800.000 al giorno, e la seggiovia funzionava dall’alba al tramonto.
Poi nel 1958 e’ scaduto il collaudo e la seggiovia e’ stata rifatta tutta: pali nuovi piu’ grossi fissati su nuovi plinti in cemento, una nuova linea elettrica con pali in legno, nuovi anche motore, riduttore e pulegge.
Il motore e’ stato messo in alto e funzionava meglio, perche’ tirava, infatti il cavo non e’ mai scarrucolato, anzi si sono montati quasi 200 seggiolini.
Tutto cio’ che si e’ potuto si e’ portato su con la vecchia seggiovia, prima di smontarla.
Ha portato su anche la fune, che e’ stata fatta girare nella puleggia e tirata verso valle da un trattore: a meta’ questo da solo non ce la faceva e se ne e’ chiamato un secondo in aggiunta.
Tutta l’operazione si e’ fatta in un anno circa.
La ruota in alto e’ stata trasportata con mezzi nostri fino al Prel, ma per mandarla sulla cime del Moro ci e’ voluto un cingolato venuto apposta da Villanova.
Si lavorava in tre, poi: due macchinisti giu’, uno su, ed in inverno uno a turno dormiva in alto, per avviare il motore e controllare.
Ho passato tante notti alla Baita delle Stelle… era fantastico!
Una delle cose piu’ belle che ricordo, pero’, e’ l’eclissi totale di sole del 1961… si’, mi pare proprio che l’anno fosse quello, perche’ mia figlia non era ancora nata: abbiamo fatto partire la seggiovia presto e alle 7 del mattino eravamo gia’ su in almeno 50 persone, a vedere la luna che passava davanti al sole, che diventava tutto nero.
Sara’ durato al massimo 3 minuti, ma non lo dimentichero’ mai.
Poi nel 1963 sono andato in pensione e ho aperto una panetteria a Cuneo, che e’ andata avanti proprio bene, ma quelli del Monte Moro sono stati anni magnifici! “
Tutti noi, ed in particolare io, che ho tentato di prendere appunti, tra divagazioni e mille interruzioni, non possiamo che essere d’accordo: e’ stata un’epopea mitica che merita di essere ricordata con la lucidita’ e l’entusiasmo di cui Vincenzo Bertolino, 83 anni il prossimo gennaio, ci ha dato un cosi’ lampante e suggestivo esempio.”

38 thoughts on “FRABOSA SOPRANA – L’EPOPEA DI UNA SEGGIOVIA FATTA A MANO

  1. ciao mi chiamo paola da poco ho scoperto la tua pagina , mi ha attirato la zuppa di castagne ( mi piacciono molto le zuppe e le vellutate) ho provato a farla e sono rimasta sorpresa dalla sua bontà.grazie per le belle idee

  2. Grazie per queste storie dei nostri padri,servono a capire e ricordare le nostre radici!

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