Elisir di china con la ricetta della Petronilla

Prima di parlarvi della ricetta dell’Elisir di China della Petronilla, devo raccontarvi una storia.
Anzi: due.
Ma una la racconto alla fine, dopo la ricetta, per non annoiare.
Se hai premura 

SALTA E VAI ALLA RICETTA

altrimenti mettiti comodo e leggi il racconto fino in fondo.

Nella scala di mia mamma e mia zia quando erano bambine abitava la signora Marietta, piemontese di Terzo d’Acqui, che aveva due figli: Piero (mi pare) e Carlo.

A dir la verita’ forse aveva anche un terzo figlio, ma di questo non sono sicura, dovrei chiederlo alla mamma.
Durante la guerra le due famiglie si scambiavano favori e aiuti, ed erano molto amiche.
Quando nel 1963 i miei nonni e i miei genitori acquistarono due appartamenti sullo stesso ballatoio di un palazzo nuovo a Genova, scoprirono che -le coincidenze della vita!- Carlo, sposatosi e diventato Maresciallo dei Carabinieri, stava acquistando l’appartamento che stava in mezzo tra i due.
Praticamente una vita insieme, vero?
Ebbene, qui si innesta mio padre che era una buona forchetta, ma ahime’ non troppo supportato dalle capacita’ digestive.
Quando si sentiva il classico cinghiale sullo stomaco, pur essendo astemio, si faceva una china calda allungata con acqua, e si sentiva subito piu’ sollevato.
Il vicino di casa, saputo della cosa, si offri’ di comprare anche per papa’, come faceva per se stesso, la China dell’Esercito presso lo spaccio militare, dicendo che era molto buona ed economica.
Non posso dirvi nulla sulle virtu’ di quell’Elisir di China ‘militare’, perche’ ero molto piccola, e l’unica volta che me l’hanno fatto assaggiare l’ho sputato dicendo che era amaro, ma ricordo bene la bottiglia, trasparente, che era larga fino a 3/4 e poi di colpo si chiudeva con un collo leggermente bombato ed aveva un’etichetta che sembrava un’antica pergamena accartocciata, con una scritta in corsivo.

Mi folgoro’ moltissimo quell’etichetta e divenne il pattern preferito della prima pagina dei miei quaderni delle elementari: la copiavo ricciolo per ricciolo, ripassavo i bordi col pennarello nero e facevo le sfumature negli angoli.
Beh, non ho grande inventiva nel disegno a mano libera, ma ancor oggi ho una grande manualita’, per cui potrei stupirvi con delle copie pazzesche di capolavori illustri.

Ma veniamo alla ricetta.

Alcuni giorni fa ho sperimentato la ricetta dell’Elisir di China della Petronilla, e adesso che sono “grande” l’ho assaggiata e non rifiutata: e’ buona!

Eccola qui, come sempre con le parole della mitica food writer.

 

Fra i tanti, e tanti, questo e’ il modo migliore di allestire l’elisire di china, cioe’ l’amarognolo, stomachico, rinforzante liquore la bottiglia del quale, in casa mia, non deve rimanere vuota mai.
Se, infatti, arrivano visite nelle ore degli aperitivi, e “nulla di buono” ho da offrire… ecco qualche bicchierino del mio elisir supplire alla mancanza e farmi anche bene figurare.

Se anche tu mi volessi imitare…

INGREDIENTI E PROCEDIMENTO

..

  1. Pesta ben bene, nel tuo mortaio, gr 50 di corteccia di “china calissaia” (cioe’ della qualita’ piu’ pregiata) e 5 gr della corteccia d’arancio che, in un vasetto e per gli usi cucinari serberai seccata.
  2. Versa in un fiasco le due cortecce pestate; aggiungi gr 150 di alcole e 50 gr di acqua; tappa; scuoti; e per 10 giorni lascia il fiasco risposto scuotendolo pero’ ogni mattina ed ogni sera.
  3. Trascorsi i 10 giorni, infila l’imbuto nel collo di un altro fiasco; sull’imbuto stendi e tieni ben teso un tovagliolino; e sul tovagliolino, versandolo, a poco a poco, filtra l’infuso.
  4. Aggiungi, all’infuso filtrato, gr 400 di alcole e lo sciroppo che avrai preparato bollendo per 2-3 minuti gr 600 di zucchero con 500 di acqua e lasciato poi raffreddare; tappa il fiasco; sbattilo; riponilo per 2 giorni.
  5. Filtra ancora l’elisire ma non piu’ per telo, bensi’ per filtro di carta e raccogliendo in bottiglia; tappala ed… eccoti pronto l’ospite della tua dispensa riservato a ravvivare le forze e gli appetiti.

Ecco, questa e’ la ricetta.
Non amando le cose molto dolci, ho ridotto a 450 g lo zucchero dello sciroppo, ma li’ va a gusti!

E non mi sono dimenticata che ho promesso di raccontarvi un aneddoto, e meglio, una consuetudine.

A meta’ dicembre, ogni anno, a Carru'(CN) si tiene la Fiera del Bue Grasso.

E’ una festa ultracentenaria in cui si mangia e si fa mercato e si espone, ovviamente, il bue grasso, cioe’ l’animale piu’ grosso e bello della zona, che viene premiato insieme al suo allevatore.

La consuetudine prevede che i ristoranti del paese facciano il pienone di folla che i accalca per assaggiare i celebri bolliti alla piemontese, i primi e, ovviamente, il bollito, vero fiore all’occhiello di Carru’ e del Cuneese.

I locali quel giorno servono il pranzo a partire dalle 7 di mattina, e non sto scherzando: e’ ancora buio e freddo, ma gia’ si mangia.

Per predisporre lo stomaco, il cui orologio biologico a quell’ora sta ancora dormendo, si serva, in apertura, una china calda, che pare “apra” letteralmente lo stomaco all’abbuffata che segue.
China = Mastro Lindo, quel giorno!

Chiedete a mio figlio, che e’ una delle star della Fiera del Bue Grasso di Carru’, col suo mantello di panno (come usava nell’800) e il cappellaccio in testa: lui e gli amici non mancano mai a nessuna edizione!
Anche se sono serissimi studenti, quel giorno per loro e’ come fosse Carnevale, e si divertono molto.

 

 

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