Come è, e com’è cambiato, Harrods di Londra dal 1991 ad oggi

 

Buongiorno,
sono appena tornata da Londra ed e’ la mia quinta visita: devo dirvi che, dovunque tu vada in citta’ -e ce ne sono di cose da vedere- un salto, anche rapido, nei principali e famosi departement stores (Harrods, Harvey Nichols, Fortnum&Mason, ma anche John Lewis e Selfrige) devi farlo, per completezza.
Chi ha poco tempo deve almeno mettere il naso nella Food Hall di Harrods, che in quanto ad offerta di ogni leccornia gastronomica e’ davvero unica.

Harrods e’ un’esperienza in generale, dal primo all’ultimo piano, ma chi ha poco tempo conviene che si dedichi al primo piano (concentrandosi sulla galleria del cibo, appunto, per vedere cio’ che c’e’ e comprare qualcosa per casa) e sul secondo e sul terzo, per portarsi a casa un souvenir firmato Harrods (una penna, un barattolo del te’, la borsa per fare la spesa, una mug in cui bere ogni giorno e ricordarsi del viaggio, oppure un morbidissimo orsetto con la zampina griffata)
Il resto del negozio (e chiamarlo negozio e’ DAVVERO riduttivo: occorrerebbe dire megastore, ma e’ un termine bruttissimo, associato a locali ben piu’ prosaici) e’ lussuosissimo, elegante, griffato ed inaccessibile, e vi diro’ anche che comunque, a parte le marche di abiti ed accessori personali e per la casa tipicamente inglesi e costosissimi, si tratta di oggetti globalizzati, perche’ Hermès e’ uguale in tutto il mondo e Louis Vuittons pure, e basta quindi poterseli permettere, il che non e’ il mio caso.

😀

Vi diro’ comunque che, tra prima volta che sono stata a Londra, nel lontanissimo 1991 (prima volta che volavo, ed avevo anche una gran fifa), e la seconda nel 1999 e la terza nel 2001, avevo notato pochissimi cambiamenti: lusso esagerato, eleganza e decorazioni che da noi in Italia non si erano mai viste.
Specialmente, negli Anni ’90 l’atmosfera era silenziosa, i visitatori pochi, e si muovevano un po’ timorosi, anche perche’ c’erano controlli ovunque per accertarsi che nessuno scattasse nemmeno una sola foto degli interni.
Il fascino di Harrods risiedeva nel suo motto (Ommia omnibus ubique, cioe’ tutto per tutti ovunque, perche’ la ditta si vantava di poter provvedere a qualsiasi necessita’, anche la piu’ bislacca), nell’ esser unico al mondo e nel poter essere soltanto ‘raccontato’ dai fortunati che c’erano stati e dai temerari (come me, devo confessare) che avevano piratato una foto o due, rigorosamente su pellicola, assolutamente mossa e sfuocata perche’ fatta di corsa e di nascosto!

Entravi perche’ un portiere in livrea ti apriva la porta, salutandoti, e non eri preparato a quel turbinio di colori e di decorazioni fastose che ti avrebbero sopraffatto: insomma, era un po’ come entrare nel paese dei balocchi; chi controllava (non vorrei chiamarle guardie, ma di fatto lo erano) ti vedeva ovunque, ti sollecitava continuamente a non portare lo zaino a spalla (si doveva tenere in mano) e a fare attenzione all’ombrello.
Incredibilmente, al reparto degli abiti da autentico gentleman inglese non c’era la musica diffusa, ma una bellissima arpista bionda che suonava dal vero.

I prezzi, specie in rapporto alle lire che avevamo in tasca allora (1 sterlina valeva 1600 lire circa), erano assolutamente proibitivi, per cui compravi al massimo una scatola o due di te, possibilmente in metallo, cosi’ da aver un souvenir riciclabile (io le ho ancora, infatti), ma ti saresti portato a casa tutto: una teiera verde, tazze, borse, cestini da pic nic, una decorazione di Natale firmata… insomma, ci sarebbe voluto il portafogli di uno sceicco.

E in effetti uno sceicco alla fine si compro’ tutto il negozio: la stria di Dodi e Lady D la conoscete tutti e non serve che ne parli.
Dopo di lui e’ arrivata la Quatar Holding, attuale proprietaria.

Quello che volevo arrivare a raccontarvi -ma ci sono tante cose da dire che mi sono persa per strada- e’ come e’ cambiato Harrods: a mio parere si tratta di una progressiva perdita di unicita’, anche se sono sempre una sua fan.

Innanzi tutto, fino a pochi anni fa, il suo colore ‘di livrea’ era un verde particolare, che ancora e’presente nell’insegna e nei sacchetti, ma non e’ piu’ il tema unico, in quanto, progressivamente, si sono aggiunti altri colori: io stessa ho acquistato due teiere blu nel 1999 e una bianco crema nel 2010, mentre nel 1991 c’erano soltanto verdi (ed erano cosi’ care che all’epoca ho rinunciato)

Poi c’e’ stata la grossa svolta della vendita on line di prodotti di marca e di oggetti marchiati Harrods: questo ha dato senza dubbio una bella botta a tali oggetti come desiderabili e inaccessibili, spogliandoli, con un click, molta della loro magia; il freno ormai stava solo nelle spese postali, a volte esagerate rispetto al valore intrinseco dell’oggetto.

Inoltre numero di oggetti griffati ‘Harrods’ e’ aumentato a dismisura, fino a comprendere il Rubber Duckie, cioe’ la paperella di gomma per la vasca da bagno, cosi’ da richiedere una buona parte del secondo piano per l’esposizione.

Il lusso degli ambienti, pur sempre elevato, non e’ piu’ quello degli anni 90, oppure sono io che ho viaggiato di piu’ e quindi mi impressiono di meno, ma ho paura di non sbagliare.

Sicuramente ho notato differenza; ad esempio a giugno del 2010 mi ero stupita del 3×2 su alcuni articoli (per lo piu’ mug e confezioni di te).
Era un’azione di marketing impensabile per il negozio, ma non avevo calcolato il cambio di proprietario, e quindi di filosofia commerciale.

In questi giorni mi ha colpita la massa enorme di persone che entrano ed escono con tonnellate di oggettini spendendo relativamente poco.
L’impronta ‘inglese’ e’ andata abbastanza a gambe all’aria: ho cercato ovunque una teiera classica firmata Harrods, proprio quella verde piu’ ‘normale’ e mi e’ stato detto candidamente che quegli articoli non sono piu’ in vendita presso il negozio.

Insomma, sarebbe come se a Milano non facessero piu’ i panettoni. Eppure e’ cosi’ che e’ andata.

Soprattutto, nella Food Hall, ho ‘inciampato’ nella signora che gira col vassoio dei biscotti (short bread e chocolate biscuits) in assaggio e dice, con voce abbastanza alta, che sono in vendita li’ nel reparto.
Questa e’ davvero una caduta di stile, anche se mi rendo conto che aiuti il marketing.

Non so: io pure mi sono comprata tante cosine da ortare a casa (barattoli di biscotti che riciclero’ per il blog, mug, grembiule da cucina e simili carabattole), ma piu’ in memoria del vecchio Harrods, che era uno dei piu’ bei ricordi di viaggi che avessi, che non di quello attuale.

S’e’ persa la magia…

 

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