Buongusto: vino e cibo vanno sempre abbinati bene

 

Ed ecco il racconto di un locale molto bello e di un’ottima degustazione teleguidata e rimaneggiata da La Masca in Cucina tramite il suo inviato speciale #MatteoFalcon:
“Essendo diventato ormai Milanese fuori per esigenze di studio (per il dentro non so se ce la faccio a breve, perche’ il Genovese e’ ruvido come la carta vetro del 10 e ci vanno decenni per limarne le spigolosita’) sto iniziando a conoscere tanti luoghi cult della citta’, dove puoi unire con un certo buongusto il piacere della buona tavola a quello della vista su monumenti o ambiente piacevole in generale.

Il luogo dove rifugiarsi il venerdi sera, quello che hanno in mente tutti perche’ da’ l’idea del fuoriporta senza esserlo, ovviamente sono i Navigli, ma anche le Colonne non scherzano per buongusto.
E’ un luogo storico e ricco di charme perche’ offre colonne medioevali costruite con reperti romani vicino a Porta Ticinese, medioevale anche lei, e una bella basilica dedicata a san Lorenzo.

Quando scherzo con gli amici indigeni dico sempre che il Milanese soffre da romanodeficienza acquisita, cioe’ forse l’unica cosa che gli manca (e artisticamente patisce) e’ il fatto che Milano, a differenza ad esempio di Torino, non abbia conservato l’aspetto e l’impianto da citta’ romana: qui la Manhattan distance e’ un’utopia, perche’ non trovi un tessuto stradale tipo castrum con strade perpendicolari tra loro (ne gioverebbe la viabilita’ forse), pur persistendo rovine antichissime.
Per questo ormai non c’e’ rimedio, lo dico sempre (perche’ il Milanese se vuole una cosa sa che puo’ ottenerla, da locomotore d’Italia qual e’): in pratica, Roma a Milano c’e’ -e lo testimoniano le rovine- ma l’enorme espansione avvenuta nel Medioevo (la sua posizione e’ strategica in Pianura Padana) ha inciso sulla piantina della citta’ in maniera molto piu’ massiccia.
La sindrome, per scherzare, affonda le sue radici nel passato lontano, tanto e’ vero che gia’ nel Medioevo i Milanesi si erano ricostruiti il loro personale colonnato romano con le rovine preesistenti.
Fine della divagazione, che mi piaceva fare per introdurre un “luogo dei luoghi” delle serate lombarde.

Dove va quindi il Milanese figo che vuol fare serata? Ai Navigli o alle Colonne.
E in Colonne, zona che sta crescendo molto dal punto di vista della movida di un certo livello, c’e’ un locale molto bello nel quale mi sono trovato a fare una degustazione alcuni giorni fa, come inviato speciale di quella croce (senza delizia) che e’ La Masca in Cucina: si chiama La Dogana del Buongusto e il nome secondo me e’ azzeccato.

Entri in un ambiente con le volte a botte, di mattoni a vista, su piu’ livelli, elegantemente arredato nei dettagli.

Il proprietario e’ un collezionista di piccolo antiquariato e di modernariato industriale e di uso quotidiano.
Ne so qualcosa, perche’ La Masca in Cucina colleziona oggetti di uso quotidiano del tempo che fu, e alla Dogana del Buongusto ho riconosciuto se non gli oggetti, di certo la filosofia che vi sta dietro.
Non siamo in un luogo che ha dato le chiavi in mano ad un architetto e gli ha detto “arrangiati”, ovvero: magari lo avra’ anche fatto negli arredi essenziali e tecnici, ma per il resto e’ palpabile l’esistenza di un Primum Movens che va in giro per mercatini e botteghe alla ricerca di un oggetto che idealmente ha gia’ individuato come quello perfetto, ma nella realta’ non sa assolutamente dove trovare, pero’ lo cerca perche’ lo vuole.
Credetemi: il collezionista che in testa ha il progetto e deve solo completarlo nella pratica con gli oggetti e’ determinato e sa gia’ come sara’ il prodotto finito.
Secondo me -posso sbagliare- ogni cosa la’ dentro non solo c’e’ perche’ e’ stata scelta personalmente, ma ha anche una collazione decisa al millimetro, e se un avventore spostasse un pezzo rovinerebbe l’armonia del tutto: le sedie a schiena curvo (le viennesi degli Anni 20), la maschera da cerusico in lotta con la peste, le vecchie insegne dei negozi di alimentari… ovunque vi giriate ci sono i segni del progetto di un appassionato di cose del tempo che fu.

Insomma, il luogo e’ molto bello: mi ha ricordato una vineria della mia zona, medioevale anch’essa, e arredata con garbo, e quindi mi sono sentito subito a casa, e degustare a questo punto e’ stato un piacere.

Vini bianchi campani Cantina dei Monaci, della zona di Avellino, esattamente di Fiano,  e focacce per accompagnare: beh, focaccia e vino bianco e’ lo spuntino, il maccafame, l’aperitivo, la merenda a tarda ora del genovese DOC, per cui ero a casa davvero!

cantina dei monaci

Il percorso si e’ snodato in crescendo, e devo dirvi che questa cosa di provare a distinguere bene i vini, facendo una sorta di scaletta che vada dal piu’ “leggero” a quello importante mi piace, perche’ la considero un upgrade notevole della cultura personale oltre che la magica bacchetta che ti toglie dall’imbarazzo quando al bar ti senti fare dal barman la domanda: “Un bianco, signore? Che cosa posso offrirle?” e tu cadi dal pero in modo vistoso.

Molto interessante e’ anche venire informati della procedura di produzione: poche persone ci pensano, ma se leggessero nelle caratteristiche del vino scoprirebbero che di solito quello piu’ leggero e’ il vino che ha riposato di meno, che e’ stato affinato per meno tempo in botte o in bottiglia.
Capirebbero anche perche’ di solito l’indicazione per i bianchi e’ quella di consumarli entro l’anno, ma alcuni resistono anche piu’ a lungo senza perdere le loro caratteristiche, o perche’ alcuni vini sono tendenti al verdognolo, mentre altri sono di un giallo paglierino piu’ caldo.
Insomma, c’e’ sempre da imparare.
Con Cantina dei Monaci siamo in Irpinia, terra verde collinare ricca di uliveti, vigne e frutteti e punteggiata di masserie, e il sapore del vino non smentisce la provenianza, regalando sentori di frutta.

Abbiamo iniziato con Falanghina, vitigno autoctono della Campania.

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Probabilmente il nome deriva da phalanx, falange o dito, e fa riferimento al palo di sostegno per le viti, che sembra appunto un dito alzato.
Le piante da cui proviene si trovano a 200 m di quota e hanno una resta di 100q di uve per ettaro: la vendemmia cade alla fine di settembre, mentre la gradazione alcolica e’ 13 gradi: il Falanghina e’ prodotto per fermentazione e riposa un mese in bottiglia.
Il vino e’ paglierino/verdognolo e in bocca non e’ per nulla acidulo, ma decisamente caldo e avvolgente, beverino comunque e adatto appunto all’aperitivo easy.
Mi e’ sovvenuto Paolo Conte (non sono cosi’ vecchio, e’ che ci sono cresciuto perche’ i miei a casa lo ascoltano) “Il vino bianco e’ fresco e va giu’ bene/ come questo cielo grande su di noi

Altrettanto gradevole si e’ rivelato il Fiano, tratto dall’antico vitigno denominato vitis apiana dai Romani.

fiano

E’ un vino dal colore paglierino luminoso e dal sapore sapido ed agrumato, proveniente da uve coltivate a 500 m di quota (a me a volte viene da dire allevate, piu’ che coltivate, tanti sono il lavoro, la cura e l’impegno che stanno alla base di una buona viticoltura, proprio come se si stesse curando un cucciolo per farlo diventare adulto e forte).
I vigneti rendono una media di 70q di uve per ettaro, vengono vendemmiati nella prima decade di ottobre e  il vino e’ prodotto per fermentazione in acciaio a temperatura controllata, poi sta sur lies per un mese e in acciaio ancora per quattro.
Ne deriva un vino bianco di buona struttura, adatto a primi e secondi di pesce e alle carni bianche.

Ultimo dei tre per ordine, ma non per importanza, il Greco di Tufo, che non ha bisogno di presentazione, e -al di la’ del fatto che alcuni anni fa qui nella zona del Nord-Ovest (soprattutto Liguria e Piemonte) te lo proponessero ovunque per moda- e’ davvero buono.

greco di tufo
Lo si ricava da vitigno coltivato a 400 m di quota su terreno calcareo/argilloso con una resa di 80q per ettaro e viene vendemmiato nei primi 15 giorni di ottobre.
La vinificazione e’ in acciaio per fermentazione a temperatura controllata e poi sta sur lies per un mes ee in acciaio per ulteriori quattro.
Il colore e’ paglierino intenso e il sapore caldo e ben strutturato: si sentono i fiori e i frutti (forse ho percepito la mela, come dovrebbe essere, ma ero al terzo assaggio e quindi esprimo il mio dubbio contenuto) e alcune note minerali.
Che dire sul Greco… va bene per aperitivo, ma se metti la bottiglia sul tavolo ti accompagna bene per tutto il pasto, purche’ chiaramente tu non vada giu’ duro di arrosti e di formaggi stagionati.

Bella esperienza quella a La Dogana del Buongusto con Cantina dei Monaci!
Ci starebbe una bella visita in loco. Vedremo.
Mi permetto sol odi sollevare una critica al sito web della Cantina dei Monaci: le descrizioni in giallo su quello sfondo sono faticose da leggere, e possono dissuadere il visitatore… chiaramente e’ solo la mia opinione, ma spero ne tengano conto, visto che e’ un parere del tutto spassionato.
Nel frattempo, alla prossima!

Prosit, e ricordatevi che non e’ tedesco, ma latino.

MatteoFalcon_lamascaincucina

 

 

http://www.ladoganadelbuongusto.it/

6 thoughts on “Buongusto: vino e cibo vanno sempre abbinati bene

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