Innovare serbando: 170 anni di Branca a Milano e divagazioni in merito

E’ stato bello essere invitata all’evento di martedi 26 maggio 2015 a Milano in via Resegone, 2, sede dello stabilimento produttivo della Fratelli Branca Distillerie  dal 1913, in sostituzione del primitivo edificio del 1845 a Porta Nuova: si celebravano i 170 anni di attivita’ di Branca, una ditta straordinaria, una delle italiane (non moltissime) che non ha ceduto alle lusinghe delle multinazionali o all’allettante prospettiva di risparmiare decentrando gli stabilimenti, magari all’estero.
Sono cose che emozionano una storyteller, c’e’ poco da fare!

branca

Branca e’ milanese da 170 anni, stava e resta nel cuore della citta’, e questo e’ bello.

Ma non e’ solo per il piacere di poter dire “Io c’ero” che mi e’ piaciuto esserci: ho soprattutto ascoltato interventi che mi hanno aiutata a chiarirmi alcune idee e ho visitato il Museo Branca, monumento all’operosita’ -un tempo solo manuale- e vero e proprio libro di storia da sfogliare sul posto.

Ma non e’ tutto: mi si sono aperti davanti alcuni ricordi di cui non avevo memoria apparente.

Mia bisnonna Petronilla -che non ho mai conosciuto- possedeva una trattoria in un paesino piccolissimo, Parodi Ligure, sulle colline del Gavi: ebbene, mia madre mi ha sempre raccontato che Petronilla a volte veniva a Genova a trovare suo figlio (mio nonno) e portava al collo, appesa ad una catena, una boccetta di Fernet Branca (Ferne, lo chiamava lei) perche’ “non si sa mai”.
Lo considerava un toccasana e, del resto, esso era stato in origine concepito come medicinale.

Branca

 

Sua nuora -mia nonna- aveva preso la sua abitudine, e se le capitava di “non sentirsi tanto” (cosi’ diceva) ricorreva al cucchiaino di Fernet che, assicurava, la rimetteva a posto.

Mio papa’ invece era un inamovibile astemio e il nostro mobile bar era popolato di improbabili bottiglie di liquori a caso, destinate agli amici che venivano a trovarci e spesso desolatamente semivuote perche’ nessun si occupava assiduamente di rimpolpare la scorta, ma la bottiglia del Fernet Branca c’era sempre: abbastanza propenso alla gola (diciamo molto), quando papa’ si accorgeva di aver ecceduto a tavola utilizzava il suo rimedio preferito per digerire, cioe’ il cucchiaino di Fernet nel caffe’.

E poi ci sono io, la bimba alla quale -ho fatto sballare tutte le statistiche- era concesso di vedere Carosello solo al sabato, quando si poteva andare a dormire “tardi” perche’ il giorno dopo non c’era scuola: si’, io andavo a dormire prima di Carosello ogni sera, contrariamente alla totalita” dei bimbi italiani degli anni 60 e 70, perche’ la mia personale signorina Rottelmeier (mia madre) non mollava mai.
Ebbene: quando al sabato sera incappavo nella pubblicita’ di Fernet Branca, quella con la plastilina (che trovate QUI e adesso ritengo bellissima), mi innervosivo: era un continuo divenire di forme, e non facevo in tempo a farmene piacere una che veniva disfatta per fare la successiva.
Il tutto era accompagnato da una musichetta che -mi rendo conto adesso- mi pareva ossessiva… cose da bambini.
Ma, pensandoci ora: proprio la “novità” di quella pubblicita’, una delle prime con le animazioni tridimensionali, fa si’ che ancor oggi chi l’ha vista in originale la ricordi senza errori, perche’ e’ impossibile non rimanerne colpiti.
Era moderna e piena di effetti speciali sonori, mostrava forme in divenire e il calcio e il ciclismo, che erano i grandi sport seguiti allora alla tv (alcune cose non cambiano mai vero?)

Di piu’: capisco adesso che quel cambiare di forma continuo di un medesimo materiale rappresentava in pieno il motto aziendale, Novare serbando, migliorare apportando novita’, ma senza dimenticare l’esperienza, la tradizione e il sapere del passato.

E prima di parlarvi di questo, e di tutto cio’ che ho visto e sentito martedi 26 maggio alla celebrazione dei 170 anni, vi segnalo anche -a riprova di quanto io sia una testa particolare- che detestavo anche l’altra famosa pubblicita’, quella del Brancamenta, col bicchiere che viene scolpito e si riempie di liquore.
Eh, sapete… a guardarla mi faceva venire freddo.

Ma… non credete che fosse quello lo scopo?
Far venire freddo alla gente, per sottolineare l’aspetto “dissetante” del prodotto?
Ora capisco -di nuovo- che si trattava di un’altra intuizione pubblicitaria azzeccatissima, perche’ riusciva a veicolare il messaggio in modo chiaro e diretto perfino ai bambini.

Si chiama cura nei particolari, ed e’ quella che – come hanno detto alla presentazione il Conte Niccolo’ Branca e il Sindaco Pisapia – assieme all’armonia familiare e all’orgoglio di essere milanesi ha fatto fare sempre all’azienda dei salti di qualita’.

Nulla accade per caso, nemmeno che la Branca quest’anno sia il quarto brand al mondo per trend di crescita e il primo in Italia.
Paga qualcosa come 70 milioni di Euro di tasse allo Stato Italiano, certamente frutto di profitti, ma solo coi profitti un’azienda puo’ permettersi di occuparsi del bilancio ambientale, del codice di sicurezza ambientale e del lavoro e del benessere dei dipendenti (parole non mie, ma di Niccolo’ Branca) e soprattutto di mettere al centro di tutto l’essere umano.
E’ per questo -ha ricordato il dott. Piero La Bruna di Poste Italiane, intervistato da Mikol Belluzzi della rivista Panorama– che P.I. ha deciso di immortalare Branca sul francobollo della serie tematica “Le Eccellenze del sistema produttivo ed economico”, presentato proprio alla Celebrazione di Via Resegone, 2.

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Le richieste per l’ambíto riconoscimento ogni anno sono oltre 150.
Solo con questo modo di lavorare nel 2002 la Fratelli Branca Distillerie ha potuto permettersi di restituire alla citta’ di Milano, restaurata, la Torre Branca, avveniristica costruzione del 1933 progettata da Gio’ Ponti in occasione della V Mostra Triennale delle Arti Decorative: essa ospitava gia’ 82 anni una cabina belvedere a 100 m di quota, come adesso ce ne sono a Vienna, a Seattle e in molti altri luoghi, anche se nessuna torre di questo tipo e’ antica come la Torre Branca.
All’epoca la struttura era all’avanguardia, ed e’ bello che un manufatto del genere, ampliato col locale nuovo costruito alla base, possa ancora essere parte integrante e viva di Milano.
Qui sotto vedete il modellino, fotografato all’interno del Museo Branca.

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Solo cosi’, anche se forse ci si aspettava crescita per 2 o 3 generazioni al massimo, ci si trova ad avere un’azienda milanese piazzata ai primi posti sul mercato mondiale anche oggi, ha detto il Sindaco Pisapia.
Un’azienda di eccellenza nella Milano locomotiva d’Italia, la citta’ al mondo che ha attualmente il piu’ alto numero di consoli presenti, battendo New York, a riprova di cio’ che Expo 2015 ha fatto per l’Italia e di cio’ che Milano puo’ fare per Expo 2015.

Quando alla base del successo di un’azienda ci sono apparentemente solo un pugno di erbe macerate nell’alcool (a caldo o a freddo a seconda del tipo di pianta) e del vino (perche’ ricordiamo che accanto al Fernet c’e’ tutta una gamma di prodotti che si e’ ampliata con l’acquisizione della Carpano nel 1982) dietro c’e’ sicuramente una intuizione felice accompagnata nei decenni da un’ottima gestione e studio e monitoraggio costanti.
Nella leggenda si perdono le origini, datate 1845, e la formula del Fernet di Bernardino Branca (che e’ segreta ed inaccessibile, custodita nella cassaforte dell’azienda ed accessibile solo al Presidente Niccolo’), nato come amaro medicinale “febbrifugo, vermifugo, tonico, corroborante, calefacente…” come cita un’antica pubblicita’, e perfino anticolerico.
Non sono leggenda invece le medaglie conseguite da Branca durante esposizioni internazionali gia’ nell’800: Expo 2015 era in un certo senso gia’ nel destino di Branca, che adesso vi partecipa attivamente anche -ma non solo- con la presenza nel Padiglione dell’Argentina .
Per chi non lo sapesse, in Argentina (e immagino su questo abbia giocato la massiccia immigrazione di italiani tra la fine dell’800 e i primi del ‘900) il Fernet Branca con la Coco Cola e il lime (Fernandito, si chiama) e’ uno dei cocktail-aperitivo piu’ apprezzati.

fernandito

Vorrei suggerire ai Milanesi, e non solo a loro, di dedicare un’ora del loro tempo alla visita del Museo, che rimarra’ aperto per tutto il periodo di Expo 7 giorni su 7 (alla Branca se assumono un impegno lo mantengono con precisione) perche’ rappresentera’ per tutti un tuffo nel passato.
Molti “cittadini” vedranno oggetti che solo chi vive in campagna ha ancora a volte sott’occhio: una gamma infinita di misurini, presse, distillatori, rastrelli e badili, un intero laboratorio da bottaio, con pinze, tenaglie, pialle di varie misure, l’incudine (ditemi: quanti ragazzini non l’hanno mai vista dal vero?), il banco da lavoro del mastro bottaio, la sartoria per la confezione delle divise, il laboratorio del chimico-farmacista che implementava la formula segreta (alambicchi, bilance… il sogno del piccolo-chimico che ha albergato in ognuno di noi), l’ufficio dirigenziale, la “ruota delle spezie”, la storica Balilla.

Mi scuso per la qualita’ delle foto (c’era tanta gente, la luce era bizzarra e io avevo solo a disposizione il cellulare e poi avevo fatto onore agli ottimi cocktail preparati dai barman durante il rinfresco post vernissage) che spero rendano comunque l’idea: sono cose che vanno viste almeno una volta.

E poi, se avete l’occasione, comprate il libro “Branca, sulle ali dell’eccellenza“, edito da Rizzoli, che e’ stato presentato martedi 26 maggio alla stampa.

Non e’ pubblicita’: e’ storia, e’ immagini, sono notizie e curiosita’ che vi possono arricchire e portare indietro a ricordi che -come e’ accaduto a me- sono stati sepolti a lungo o farvi scoprire una nuova realta’.
Contiene, tra l’altro, un inserto di ricette per preparare i cocktail, la copia del poster pubblicitario del 1922 e le etichette storiche: sto gia’ pensando di posizionarle in ordine sparso su un pannello scuro e incorniciarle per la mia cucina, visto che il vintage e lo stile industriale sono di gran moda oggi.
Anch’io voglio “
Novare serbando, essere pioniere, senza improvvisare” (Niccolo’ Branca)

Silvia, #storytellerdiCuneo

 

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